Recensioni

6.5

Finora la parabola del trio scozzese si è assestata sui ranghi di una splendida, anche magistrale, chiaroscurale e profumata incompiutezza. E detta così sembra tutto un brodo di giuggiole. L’inizio è stato di quelli col botto, e così la formula: un mix di tanti generi e stili calamitati da un sentire hip hop / r’n’b / pop che finirà per contagiare tutto questo decennio. Il disco giusto al momento giusto che beffardamente s’intitolava Dead e vinceva a mani basse il Mercury Prize. Poi il denaro ricevuto contestualmente al premio veniva impiegato per la produzione di un secondo lavoro più energico eppure appoggiato sullo scheletro del formato canzone, dicotomico nel sintonizzarsi a doppia frequenza, piano e forte, anthem e carezza assieme. Il titolo? Ancora provocatorio: White Men Are Black Men Too, album che li piazzava, tre anni fa, in un mirabolante crocevia delle possibilità tra Tv On The Radio, Bloc Party e Arcade Fire in cui a ergersi ancora di più era la voglia di smarcarsi ulteriormente dalle definizioni, stringendo nello stesso tempo il fuoco sui bastioni novecenteschi: pop e melodia da una parte, riff e frequenze medie (pur elettroniche) dall’altra.

Ne viene la premessa per un terzo lavoro che già nel titolo – Cocoa Sugar, ovvero zucchero di cioccolato – e nella copertina (un po’ Grace Jones e un po’ Andy Warhol) fa ancora riferimento alla razza e al suo superamento, ai generi e alla loro corale frantumazione. Che le nuove canzoni si tingano delle metriche della dancehall che tanto abbiamo ascoltato da Lean On in avanti, è soltanto un dettaglio (In My View) e a dire il vero manco il piatto forte. Quella di Graham “G” Hastings (da Edimburgo), Alloysious Massaquoi (liberiano via Ghana) e Kayus Bankole (statunitense da genitori nigeriani) è pop art fatta di fresche gettate di pittura, liberi accostamenti paralleli e furti alla luce del sole. Con le loro  brumose linee di basso sintetiche ereditate dall’electroclash, tribalità appena tirate fuori dal freezer e un cantato che tende all’anthemica di marca Tunde Adebimpe (Toy), alla teatralità di Benjamin Clementine (Lord) e alla morbidezza testosteronica di Kele Okereke (In My View), i tre non nascondono i loro riferimenti musicali, ma li rimettono costantemente in gioco, mescolando le carte, alzando i volumi, riuscendo in sostanza a farci dimenticare quale sia il problema di fondo della loro proposta.

Seppur fresche ed estemporanee, generose e familiari, moderatamente imprevedibili e dunque carezzevoli, queste tracce non riescono ad attaccarsi al marchio dei giovani padri in modo consistente, a vivere oltre il multirazziale e contesto prodotto dall’ascolto. Il loro songwriting è più pretesto che testo, più un armonizzare che melodia, dunque questo genuino pasticciare con il pop si risolve in una manciata di musiche balsamiche, confortevoli e catartiche, che inducono un anomico buonumore. Possiamo anche farcelo bastare, senza troppo rompere le scatole: è il bello di questo disco del resto, ma anche il suo più grosso limite. Del resto, desiderare ad ascolto concluso di metter su un disco dei Tv On The Radio, con le antenne sintonizzate su versioni più definite e potenti di queste musiche, è uno dei pesi che il trio deve mettere sulla bilancia e a bilancio. Sull’altro braccio, c’è da dire della freschezza e dell’intrinseca carica vitalistica di un disco che si regge su una collaudata e semplice formula che tiene gli ascolti; vista in questo senso, la magistrale incompiutezza di cui dicevamo, e che accompagna il trio fin dagli esordi, ripaga appieno.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette