Recensioni

Il sonno della ragione genera proverbialmente mostri, ma dadaisti e surrealisti potrebbero non essere d’accordo con questa massima, specie se la si prende dal punto di vista dell’automatismo psichico puro o della straniante realtà alternativa fornita dall’utilizzo “fuori schema” del quotidiano. Ecco, Uzu, passo numero due dopo l’esordio omonimo del duo Yamantaka // Sonic Titan e solo ora rilasciato in Europa (l’uscita per US e Canada è dello scorso ottobre), è in questo senso un disco surrealista, in grado cioè di fornire nuove vesti al noto al fine di ricreare mondi per associazione mentale.
Atlanta comincia con un rintoccare di note di piano da espressionismo tedesco, poi arriva una voce che si staglia con una aria (quasi) lirica sognante e struggente, per poi sciogliersi senza soluzione di continuità nella successiva Whalesong, su un tappeto rock che frulla passaggi epici, momenti quasi prog-metal e impetuosità quasi alla Tool, e su cui canta un clone meno monocorde della Cranesiana Allison Shaw: roba da far pensare alla solita follia dei nippos, non fosse che i “capi” Ruby Kato Attwood e Alaska B (la band è un collettivo aperto che include fino a sei o sette elementi) giapponesi non lo sono affatto, dato che vengono dal Canada.
Non che la provenienza geografica significhi qualcosa; le due Y//ST sono apolidi della musica perfettamente in linea con la tendenza rimescolatoria e ricombinatoria del post post-modernismo (o chiamatelo come preferite). Gente in grado di fornire prospettive musicali in cui space-rock seventies e new-wave da heavenly voice, indie gothicheggiante e rock opera revisited, umorali suite pianistiche, elementi etnici risemantizzati e hard-psych d’Albione, convivono extra-ordinariamente in una mescolanza a volte bizzarra e sopra le righe, spesso intrigante e coinvolgente, in alcuni casi totalmente centrata, a cui hanno giustamente dato il nome di “noh-wave”. Per ristabilire ponti e legami atemporali, orizzontali e intrageneri – per dirla come sopra, “surreali” –, testimoniati anche dalla scelta di una sigla che accosta termini buddisti col titolo di una canzone degli Sleep. Sorprendente è dir poco.
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