Recensioni

8.5

In This is Pop, il documentario del 2017 che racconta la storia degli XTC alla maniera degli XTC (perché ci sono loro che commentano, ricordano, puntualizzano nello stile brillante e arguto da vecchi gentlemen new wave che li contraddistingue, ma anche perché il taglio e lo spirito del film riflettono totalmente l’approccio allo stesso tempo cerebrale e surreale della band di Swindon), Andy Partridge ricorda quando, un giorno del 1979, Colin Moulding arrivò in sala prove con una vecchia chitarra acustica. “Ci dice di aver scritto un pezzo nuovo. Ok, ascoltiamolo. Lui strimpella i tre o quattro accordi di Making Plans for Nigel e la melodia ci piace subito, quel da-da-dada-da-da un po’ old fashioned. Solo che suonato così, con l’acustica, era improponibile. Ma che è, Joan Baez? Non potevamo rifilare una cosa del genere ai fan degli XTC. Così abbiamo deciso che a guidare il pezzo avrebbe dovuto essere la batteria, con Terry Chambers che si inventa questo pattern al contrario che, ti giuro, è un casino da suonare, con noi che gli andavamo dietro.”

Questo insight di Partridge, oltre a raccontare la nascita di uno dei brani immortali della new wave (e certamente uno dei più ballati anche da chi non sapeva cosa fosse la new wave) spiega anche il perché del “Drums” nel titolo dell’album che lo conteneva e che veniva aperto trionfalmente proprio dalla soddisfazione dei genitori di Nigel, questo giovanotto che farà sicuramente carriera e sarà felice in questo mondo, “ha solo bisogno di una mano”. I “Wires” invece potevano essere intesi sia come fili elettrici – scosse nervose, tecnologia povera, sfrigolii elettrostatici: insomma un significante perfetto per tutti quei significati che di norma venivano associati al post punk – sia come corde della chitarra. Anzi, delle chitarre.

Drums & Wires segna infatti l’esordio su album (quello su singolo era stato Life Begins at the Hop qualche mese prima) degli XTC mk 2, destinati a rimanere gli XTC dei successivi vent’anni. Ossia quelli in cui il chitarrista Dave Gregory, vecchia conoscenza del giro musicale di Swindon, prende il posto del tastierista Barry Andrews, che con il suo stile flamboyant aveva connotato i primi passi del gruppo e pure la loro immagine. Li aveva anzi connotati persino troppo, per i gusti di Partridge, che a un certo punto fa capire a Andrews, presentatosi alle prove con una decina di brani scritti da lui, che la band è troppo piccola per tutti e due.

I soliti scontri di ego mascherati da divergenze musicali, insomma, anche se il perfido Alan dirà in qualche occasione che il rivale venne fatto fuori “perché stempiato”. Sta di fatto che l’omino prende armi, bagagli e tastiere, lasciando campo libero e scettro del comando al leader riconosciuto della band. Almeno fino a quando non esplode la bomba-Nigel, la prima (e unica, se non si tiene conto dell’anomalia Dear God) hit degli swindoniani, composta appunto da Moulding. Da lì, per un paio di anni, agli occhi della stampa musicale, del pubblico e soprattutto della Virgin, gli XTC saranno “non più la band del geniale chitarrista nevrotico, ma quella del bassista con un bel faccino” (sempre Partridge dixit). Povero Andy.

In realtà Drums and Wires, terzo album della formazione, è dominato dalla sua personalità e dalle sue intuizioni. Vero che un terzo dei brani sono farina del sacco del “bel bassista” (gli altri tre sono Day In Day Out, Ten Feet Tall e That is the Way, non casualmente quelli più melodicamente lineari e l’ultima persino con un flugelhorn a ammorbidire ulteriormente l’atmosfera), ma la polpa del disco è Partridge 100%. I temi delle canzoni, tanto per cominciare, sono un campionario delle sue ossessioni: il sesso (o più precisamente la feticizzazione e/o la mancanza di sesso), il controllo e la sorveglianza, la spersonalizzazione, gli esaurimenti nervosi. Poi ci sono gli arrangiamenti tortuosi che in alcuni casi possono portare al limite dell’emicrania (Roads Girdle the Globe), la scrittura ancora piuttosto refrattaria a far emergere i demoni Sixties che possiedono il musicista (anche se, per esempio, in When You’re Near Me I Have Difficulty in filigrana si può sentire un’eco della beatlesiana Please Please Me), la voce singultante e quel modo di accentuare i toni gravi che rappresenta in un certo senso l’archetipo del cantato post punk (mentre in altri casi sembra fare la parodia dei toni marziali da vocalist oi!).

Opera di Partridge è anche la memorabile copertina, la Gioconda della grafica post-punk. Una di quelle copertine che “suonano” esattamente come la musica che contiene, quasi come un teaser pubblicitario (l’advertising era un altro elemento che spesso bolliva nel pentolone di ispirazioni dei new wavers).

C’è un aggettivo che spesso viene usato per descrivere certi caposaldi del periodo e in particolare Drums and Wires, forse anche in virtù dell’immagine sulla cover: è “angolare”. Traduzione approssimativa dell’inglese “angular”, in realtà vorrebbe significare “spigoloso”. Linee nette, spazi suddivisi con geometrica chiarezza, pieni e vuoti contrapposti. I lick di chitarra sono “angular”, così come i testi che spesso fanno spiazzanti svolte a 90°. Gli XTC spigolosi lo erano fin dagli esordi, che per comodità vengono fatti rientrare nel calderone punk. Poi, però, oltre ai “wires” arriva l’enfasi sui “drums”, e qui entrano in gioco i nomi di Steve Lillywhite e Hugh Padgham.

Produttore il primo, tecnico e ingegnere del suono il secondo, formano una coppia di sound-director che marchierà a fuoco gli anni 80 che stavano per aprirsi, ma già avevano lasciato il segno su dischi fondamentali del periodo di transizione dal punk alla nuova onda. Su tutti, il debutto omonimo degli Ultravox e Scream di Siouxsie & the Banshees. Pare sia stato in particolare il “suono voodoo” del secondo a far venire voglia a Partridge e soci di telefonare a Lillywhite, anche se in prima battuta era stato scelto come produttore Nick Lowe, poi costretto a rinunciare perché oberato di lavoro. È sicuramente un bel what if? quello che prova a immaginare cosa sarebbe stato Drums and Wires con l’ex Brinsley Schwarz al bancone del mixer, ma ci si può limitare a notare le assonanze tra Ten Feet Tall e Cruel to Be Kind.

Sono dunque Lyllywhite & Padgham gli artefici del “big sound” della batteria, letteralmente affondato nel riverbero esaltato anche dalla conformazione dei Town House Studios di proprietà della Virgin. Un suono che diventerà un luogo comune estetico degli 80s, tipo il mullet o i colori fluo. Il suono, per capirci, di In the Air Tonight di Phil Collins. Qua siamo ancora lontani da quella fossa delle Marianne del buon gusto, ma certo non è il suono della cantina o del garage quello che prorompe dai solchi di Drums and Wires. Quello, ormai, gli XTC se lo erano lasciati indietro, e le ultime tracce sono giusto ravvisabili nella frenesia di Outside World, sostenuta da una linea di basso poderosa di Moulding e con un refrain che se la gioca con quello di This is Pop! quanto a appiccicosità.

A emergere dal disco, peraltro, c’è anche qualcosa di più inquietante della batteria effettata e delle contorsioni chitarristiche (segno che gli XTC, come tutti i musicisti inglesi svezzati da John Peel a cavallo tra anni 60 e 70, si erano sottoposti in gioventù a dosi da cavallo di Captain Beefheart): è la nevrosi di Partridge. Che al riguardo un po’ ci fa, e un po’ no. Se pezzi saltellanti come Helicopter sono tutto sommato giocosi, quasi li avesse scritti un bambino “crouching here with a telescope in hand/ looking out across our Legoland”, altri momenti dell’album lasciano affiorare il dubbio che nel giardino di Andy non sia tutto rose e fiori. Abituato fin da adolescente a tenere sotto controllo gli sbalzi d’umore assumendo tranquillanti che lo hanno reso dipendente, assediato da stress e fobia da palco, spesso lascia filtrare un disagio meno letterario di quanto possa sembrare a un ascolto superficiale. In Reel by Reel, ad esempio, la preoccupazione per i vari modi in cui il governo o chi per lui controlla il cittadino – filmandolo, registrandolo, tracciandone gli spostamenti – oggi in tempi di discussioni e ponderosi saggi sul surveillance capitalism può sembrare preveggente, ma probabilmente era solo paranoia indotta dallo Xanax o dal Valium.

Il vero vortice oscuro del disco, tuttavia, è la chiusura di Complicated Game. Qui sì che qualche dubbio sullo stato mentale di Partridge ti viene. Brano che è una sorta di mantra da alienato, drone che procede per stratificazione progressiva di chitarre trattate con il flanger e con un crescendo di follia nella voce che diventa quasi disturbante, tanto che ti immagini provenire da uno chiuso in una stanza insonorizzata con una camicia di forza addosso. Tutto bene, Andy? Il ronzio persistente in sottofondo è prodotto da un rasoio elettrico tenuto vicino a un microfono da Moulding, e il pezzo è stato inciso in un’unica take. Cosa che non stupisce: a replicarlo più volte avrebbero portato via Partridge con l’ambulanza. Cosa che poi succederà tre anni dopo mentre saranno in tour negli States, chiudendo definitivamente la loro storia di live band per consegnarli, finalmente, al loro destino di Beatles degli anni Ottanta.

Nonostante il successo di Making Plans for Nigel, l’album si arrampicherà solo fino al 37simo posto nelle chart inglesi. Segnale, per i ragazzi di Swindon, che era arrivata l’ora di ammorbidire un po’ i toni e di lasciare più spazio a una vena melodica che li porterà a infilare svariati classici pop negli anni successivi (con le divagazioni psichedeliche dei Dukes of Stratosphear di contorno).

Drums and Wires rimane tuttavia la punta di diamante art-rock degli XTC, un Remain in Light con la placida campagna del Wiltshire invece della frenesia metropolitana newyorchese sullo sfondo. Per chiudere, una curiosità di cronaca. Poco dopo l’uscita del disco, con il suo singolo che martella radio e club new wave, la rivista sindacale della British Steel (sì, proprio la nazionalizzata dell’acciaio citata nel brano) pubblica uno speciale con le riflessioni sulle condizioni di lavoro nell’azienda scritto da quattro operai scelti per il nome. Si chiamano tutti Nigel. Ah, gli inglesi.

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