Recensioni

Bravi i Wye Oak, il duo di Baltimora formato da lui Andy Stack (lui) e Jenn Wasner (lei) che arriva dritto al punto con il nuovo disco: la loro è una discografia densa – dal 2006 quattro dischi, un EP e una raccolta di inediti – sul pericoloso crinale dell’indie/folk/rock dove, nonostante l’evidente talento tecnico del gruppo, è facile scivolare. E infatti la stessa formazione, dopo aver messo a segno un album degno di attenzione come Civilian (2011) aveva poi perso un po’ della verve con Shriek (2014), disco senza infamia né lode.
Ora però i Nostri riemergono dal torpore, rinvigoriti, a distanza di quattro anni, con moltissima voglia di indossare abiti nuovi e di sporcarsi le mani fuori dalla comfort zone: il risultato è The Louder I Call, The Faster It Runs licenziato da Merge Records. Davvero una chiamata e una corsa, come recita il titolo, che evoca la vibrazione che attraversa il disco: l’urgenza di una ricerca, di riplasmare il proprio ritmo. «I search for patterns / sense that isn’t there», canta Jenn Wasner nella title track del disco, e l’effetto è irresistibile. Sarà che il disco è nato realmente da una spinta esplosiva, che trova espressione diretta nei loop, nei synth e nel beat sostenuto e coinvolgente della track di apertura Instrument e prosegue senza soluzione di continuità nel piglio pop di The Louder I Call, The Faster It Runs. La sensazione è quella che ci sia molta energia nell’aria e più elettricità, in tutti gli 11 brani. E sarà forse anche che il disco è nato in una situazione particolare, un po’ a Marfa (Texas) dove sta lui, e un po’ a Durham (Carolina) dove sta lei: nel mezzo circa 1700 miglia da percorrere ogni volta per raggiungersi. Giusto il tempo del viaggio per cercare l’ispirazione e poi liberarla.
Al centro dell’album una tripletta senza margini di errori: la ballata rock à la Sharon Van Etten Lifer, l’atmosfera dreamy e pulsante di It was not natural, e la travolgente caleidoscopica Symmetry che strizza l’occhio a St. Vincent – probabilmente il brano più riuscito del disco, dove i Wye Oak osano davvero tanto rispetto al passato e vincono la loro scommessa. Anche dal punto di vista stilistico, con testi che parlano di relazioni umane, sofferenza e di come, prima o poi, sia necessario diventare grandi. Chiusura dell’album senza passi falsi con la melodia onirica di Say Hello e la dolcissima I Know it’s Real: nessuna ombra di monotonia, un disco pieno di vita. Un bel salto in avanti, il loro disco migliore a oggi.
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