Recensioni

Il concerto di St. Vincent al Parco Della Musica di Roma dello scorso novembre si era avvicinato talmente alla perfezione, che dalla serata di Villa Ada di quest’anno sarebbe stato davvero difficile aspettarsi di più. Eppure la musicista americana sa il fatto suo e ha deciso di cambiare le carte in tavola. Se gli show del 2014 si erano distinti per il connubio tra musica ed estetica volutamente pomposa, fatta di colori accesi, capigliature improbabili e movimenti a metà tra Moulin Rouge e robot di nuova generazione, i più recenti hanno visto una Annie Clark meno appariscente, e probabilmente più di sostanza.

Non più accompagnata, in apertura di show, dal funk spaziale di Rattlesnake, la Clark si fa annunciare da una semplice voce filtrata, e via con Birth In Reverse. La scaletta è meno “St. Vincentrica”: più spazio a brani del passato (Cruel, Laughing With A Mouth Of Blood, Chloe in the Afternoon, Marrow, per citarne qualcuno), senza tuttavia abbandonare le ultime evoluzioni (la sempre trascinante Digital Witness, ma anche Prince Johnny, Bring Me Your Loves, Regret).

Stavolta Annie punta di più sulla quadratura del suono, lasciando nel camerino i suoi abiti stravaganti (non che ora brilli troppo per sobrietà) e avvolgendo la sua figura nel nero cupissimo dello stage, ogni tanto ravvivato da qualche spruzzata di verde. La Nostra ora vuole semplicemente fare la musicista, cosa che le riesce alla grande, con una percentuale di intrattenimento ridotta al lumicino – qualche “c’mon” per coinvolgere la folla e timidi “thank you” a fine canzone – e tutte le energie tese verso una perfetta esecuzione dello show.

Il live scorre velocemente ed Annie va come un treno senza prendersi pause, arrivando in men che non si dica alla conclusione con You Lips Are Red (quando decide per un abbraccio alla prima fila) ed esponendo poi il telo di una fan con la scritta “Marry Us” – riferito al matrimonio in vista con la modella londinese Cara Delevingne, ma anche gioco di parole con il titolo dell’album d’esordio dell’artista.

Nonostante il grande salto dell’omonimo album, è evidente come la Clark non voglia essere ingabbiata all’interno del suo stesso stereotipo. E il trucco funziona.

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