Recensioni

Willie Peyote arriva al settimo album in carriera, Sulla Riva del Fiume, completando l’omonimo EP di sei tracce uscito nell’aprile 2024. Approfittando del boom mediatico del festival di Sanremo, l’artista torinese pubblica il lavoro sulla scorta del sedicesimo posto ottenuto con Grazie ma no grazie, un pezzo che ha suscitato consenso per la sua capacità di mantenere viva la critica sociale sul palco dell’Ariston, pur rimanendo fresco e accessibile al pubblico. Questo aspetto è sempre stato una priorità per il “cantautore rap”, che da anni si propone come artista engagé, mescolando influenze musicali e stili diversi.
Dopo gli echi elettronici del precedente Pornostalgia, è la black music il filo rosso di riciclati crossover hip hop e combinazioni stilistiche sulla falsariga di Ghemon. I richiami al neo soul evocano i Funk Shui Project e, nel panorama italiano, Neffa e Davide Shorty (come in Sulla riva del fiume). I groove funk sono ben rappresentati in La legge di Murphy, mentre in Narciso riecheggiano gli Incognito, e in Buon auspicio troviamo incursioni di jazz-hop crepuscolare e anacronistico. Pur non mancando il rock e l’elettronica, che si esprimono in variazioni prog (come in Cowboy) o pop e indie (come in Giorgia nel paese che si meraviglia e Polvere), Peyote non si reinventa completamente, riproponendo formule variegate ma familiari, che sanno di déjà-vu.
Il corpo del disco, tuttavia, non manca di ispirazione e piacevolezza, sebbene il flusso di coscienza libero e disinteressato limiti una scaletta ricca di critica sociale ironica, ma a tratti scontata. Non fraintendetemi: il “sociologo” Peyote ha ancora qualcosa di interessante da dire, e lo dimostra pienamente. In Giorgia nel paese che si meraviglia, ad esempio, racconta una storia d’amore che riflette il rapporto fra Italia e fascismo, radicato nella nostra cultura (“Sogno altri vent’anni insieme, ho troppa nostalgia di quei sapori forti e le cose di una volta”). In Narciso, paragonando il mondo al personaggio mitologico che, pur non piacendosi, non riesce a smettere di guardarsi, Peyote svela le contraddizioni della realtà. Anche Grazie ma no grazie (il pezzo sanremese) offre ottimi spunti, ma la satira, purtroppo, non riesce a imporsi con la stessa forza dei suoi tentativi passati, risentendo della prevedibilità e della ripetitività.
Ciò che colpisce veramente in questo lavoro è la dimensione personale e introspettiva di Willie Peyote, più che mai al centro di questo album. In Piani e Polvere, l’artista affronta la fragilità e le ambiguità nelle relazioni sentimentali con intelligenza e una penna che sa trattare questi temi. In Cosa te ne fai esplora il concetto di tempo come qualcosa di inafferrabile e opprimente, mentre in Buon Auspicio riflette su come il cambiamento possa paralizzare l’individuo. Questi momenti, che riportano all’essenza del suo joint album con i Funk Shui Project (2014), non mancano di carica emotiva e sincerità, evitando la retorica e rifiutando i luoghi comuni.
Forse, i tempi di Educazione Sabauda e Sindrome di Toret sono ormai alle spalle. Willie Peyote potrebbe considerare di lasciare spazio a un diario personale, abbandonando quei pamphlet che sembrano aver perso smalto.
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