Recensioni

6.8

Passato un po’ in sordina, schiacciato tra le tante pubblicazioni di settembre, è uscito anche il nuovo album di Will Butler. L’ex polistrumentista degli Arcade Fire aveva ufficialmente abbandonato la band dopo le registrazioni del loro ultimo album – We del 2022 – proprio pochi mesi prima che le accuse di molestie nei confronti del leader del gruppo (il fratello maggiore Win) cominciassero a emergere. A chi ipotizza un allontanamento strategico ricordiamo che in realtà Will aveva già intrapreso da tempo un percorso di ricerca della propria identità musicale, attraverso la pubblicazione di tre album solisti: dall’indie rock sgraziato di Policy (2015) al synth pop più lucente di Generations (2020), passando per le esecuzioni dal vivo di Friday Night (2016) – senza dimenticare il lavoro con Owen Pallett per la colonna sonora di Her di Spike Jonze, che nel 2013 gli fruttò persino una nomination agli Oscar. Ad affiancarlo stavolta, con tanto di riconoscimento ufficiale nel moniker, c’è il collettivo artistico Sister Squares, composto da quattro elementi, ovvero le ballerine-cantanti-coreografe Sara Dobbs e Julie Shore, la musicista Jenny Shore – sorella di quest’ultima e moglie di Will – e il produttore Miles Francis, qui anche arrangiatore della sezione d’archi (Camellia Hartman, Meitar Forkosh e Anna Stromer).

Nelle intenzioni iniziali di Butler c’era quella di realizzare un album di “pop strambo” composto da “un uomo chiuso nel seminterrato da solo con le sue idee”. Ma poi andando avanti si è reso conto che voleva fare esattamente l’opposto ed ha iniziato a lavorare in maniera sempre più stretta col gruppo che l’aveva già supportato in tour fin dal primo album. Questa propensione naturale agli opposti si può notare anche nella struttura del disco che è praticamente spaccato a metà tra pop e sperimentazione. In questo senso potrebbe essere assimilato – solo nelle intenzioni teoriche, più che nei suoni e nei risultati – al David Bowie di Low o al Paul McCartney di McCartney II.

Nel caso di Butler la prima metà del disco è una festa pop a cui sono rimaste ancora attaccate le stelle filanti degli Arcade Fire più danzerecci, da Reflektor a Everything Now. Il richiamo a certe sonorità “disco-oriented” si sente chiaramente nel tridente delle meraviglie iniziale, che parte subito dopo l’intro di Open e vede sfilare in sequenza Stop Talking, Willows e Long Grass (non a caso pubblicati tutti come singoli) oppure nella febbre del sabato sera 2.0 di Saturday Night che chiude simbolicamente le danze della prima facciata. Nella seconda metà, invece, il disco comincia a diventare sempre più vario e decisamente più sperimentale – a partire dalla rarefazione pianistica di Car Crash che si fa di nebbia ed estasi cinematica quasi ambient, al semi-cantautorato acustico e un po’ sghembo di Old Year, fino ad arrivare a toccare punte sonore che non t’aspetti, tra spoken word elettronici (Hee Loop), arte concettuale (I Am Standing in a Room) e musica classica (la chiusura chopiniana diThe Window).

Le influenze musicali – al di là delle inevitabili assonanze con la “casa madre” -sono le più disparate: si va dallo “spirito” dei primi album di Björk (in particolare Debut e Homogenic) i cui suoni, a detta di Will, sembrano “scolpire il tempo come il cinema di Tarkovsky”, fino alla musica classica di Shostakovich, il cui ciclo di preludi e fughe è stato saccheggiato sia per l’intro di apertura sia per Stop Talking, che in sostanza ricicla i primi quattro accordi del preludio in Mi minore, rallentandoli e mettendoli in loop. Il brano che suona più “bizzarro” e sperimentale di tutti – I Am Standing in a Room – è un esplicito riferimento al compositore Alvin Lucier e alla sua opera concettuale più famosa I Am Sitting in a Room. Se nell’originale Lucier continuava a ri-registrare una sopra l’altra la propria voce narrante fino alla dissoluzione del suono, in quella di Butler c’è un narratore disincarnato, bloccato da qualche parte nel vuoto, che chiede invano di cambiare melodia alla persona che sta suonando il piano su un’altra linea temporale. Se detta così può “suonare” intrigante, il risultato finale purtroppo non lo è altrettanto e potrebbe lasciare perplessi.

Per quanto riguarda, invece, i testi e il significato dell’album, tra le principali fonti d’ispirazione c’è la poesia di Emily Dickinson, riscontrabile nel confine sfumato tra il romantico e il divino e nella profonda connessione con la natura, le cui immagini vengono usate per dare senso ai drammi interiori. Vedi i salici di Willows o l’erba alta di Long Grass. Stesso discorso per Louise Glück (Nobel per la letteratura nel 2020) la cui Wild Iris (l’Iris Selvatico) viene citata esplicitamente in Good Friday, 1613 col verso “At the end of my suffering/ There was a door” (Alla fine della mia sofferenza c’era una porta), solo che qui la porta è rotta e non si sa bene come entrare/uscire. L’elemento della poesia che più interessa Butler, infatti, è lo sforzo empatico necessario per “entrare” nella testa di un poeta o più in generale di un’artista, per questo la parola “mind” ricorre spesso nei testi, a volte anche sotto forma di domanda: My mind, what is my mind? / A question lost forever out of time (da Willows).

Altro elemento ritenuto affascinante da Butler è il fatto che Emily Dickinson ha lasciato alcune cose incompiute nelle sue poesie e a volte ha scritto due parole una accanto all’altra, come se stesse ancora decidendo quale usare. Questo perché Butler è interessato al processo creativo in divenire, all’interno del quale si sente ancora lui stesso. Lo dimostra anche l’ultima fonte letteraria menzionata nelle interviste: un romanzo di un autore kirghiso, Chingis Aitmatov, in cui il narratore racconta la storia del suo primo vero dipinto, cioè quello che ha riconosciuto come vera arte e con cui ha quindi preso consapevolezza del suo essere artista. Essendo ambientato tra i campi d’erba e la ferrovia è stato la principale ispirazione per il testo di Long Grass (in the long grass By the train tracks) nonché per la riflessione filosofica che gira intorno ai binari principali del disco.

Rileggendo le intenzioni dichiarate da Butler – “voglio fare una cosa che sia al tempo stesso una festa e un disco in cuffia, che si possa ballare e con cui ci si possa sedere su una scogliera” – possiamo dire che l’obiettivo è stato raggiunto, seppur in maniera un po’ troppo frammentata. Il disco si presenta come un esperimento interessante, ma non ancora del tutto a fuoco perché la carne che ci è stata messa sopra è ancora molta. Le influenze sono talmente tante che diventa difficile trovare il bandolo della matassa, tant’è che lo stesso Butler probabilmente lo sta ancora cercando e siamo certi che in futuro lo troverà. Nel frattempo chi non ha paura di viaggiare senza sapere la direzione prenda pure posto.

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