Recensioni

Non ci sono mai piaciuti, questi WhoMadeWho. Del resto c’è da dire che a forza di insistere su una formula sempre più pop e potabile, forti di tour su tour, live imponenti ed esperienza globale come musicisti attenti alla contaminazione e alle mode, qualcosa di buono è saltato fuori dalle parti delle precedenti prove Knee Deep e di Brighter. Ma cosa può succedere nel momento in cui un trio danese che non ha mai fatto la differenza negli ambiti in cui si è cimentato (vedi il funk punk elettronico degli esordi, che chiamava in ballo tutto un giro di riferimenti come Talking Heads, Wall Of Woodoo, Kraftwerk, motorik vari, l’house di New York, Jimmy Somerville al synth pop e la disco dell’ultima fase), già tacciato da più parti di mestiere nel confezionare canzoni appetibili per un pubblico sempre più vasto, chiede attenzione su una formula ridotta all’essenziale e dunque spoglia di tutti i trick arrangiativi che hanno indorato la pillola finora?
Accade che la performance con Arisa all’Ariston faccia da premessa all’album più smaccatamente radiofonico della discografia della band. Fortuna che lo slogan dichiarato a ibiza-voice era del tipo “lascia o raddoppia”, perché qui parliamo, se va bene, dei Klaxons meno ispirati che si massaggiano il petto con qualche falsetto su basi disco, sbilanciati magari su chitarrine aeree simil Depeche Mode. Altro che ajurvasca, e le droghe che provarono i londinesi all’altezza dell’album Surfing The Void, gli WhoMadeWho prodotti dal batterista Tomas Barfod fanno persino venir voglia di ascoltare i London Beat di I’ve been thinking about you, tanto è evitato il confronto frontale sia con i discorso pop, che con la dance, qualsiasi inclinazione essa possa prendere, indie o disco. Del resto, non esageriamo: va rispettata la scelta della band di cercare il distillato, il sogno e l’emozione in una balistica essenziale tra melodia e arrangiamento di ottantume serissimo e innamorato. Lo ottiene a livello di airplay radiofonico, di studiata funzionalità rispetto ai cliché pop del caso, fallisce a livello canoro e di scrittura. The Morning, Hiding In Darkness e Right Track che dovrebbero essere i cavalli di battaglia, hanno gli abiti giusti ma sotto il vestito solo deboli strofe e scialbi ritornelli. Del resto, la riprova sulla tenuta del songwriting l’abbiamo nelle pieghe intimiste (vedi Your Better Self), è li che il gruppo si dimostra più inadeguato.
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