Recensioni

5.7

Se vuoi essere pop devi conoscere bene ciò che vuole il tuo pubblico e certe domande devi fartele in anticipo. Le prime che vengono in mente: potranno i fan guadagnati negli ultimi anni gradire la conversione agli '80 synth-pop di Inside World e The Divorce, un po' New Order un po' Alphaville, in ogni caso senza particolari spunti di interesse? E se anche l'obiettivo fosse spostarsi verso la grande platea del mainstream mediatico, che il pop elettronico quando è ben fatto te lo apprezza pure, ha senso allora metterci in mezzo la durezza techno di Never Had The Time, buona più per i club che per l'approvazione indie?

Ora, possiamo pensare che i WhoMadeWho domande come queste se le siano poste e abbiano trovato delle risposte confortanti. Ma è più probabile che la band danese stia ormai vagando senza una precisa mission estetica, facendosi guidare dall'intuito, dopo aver realizzato che l'onda DFA/Franz Ferdinand che cavalcavano agli inizi non tira più e che non ci sono alternative migliori alla conversione pop. Perché Brighter è pop anche quando riconferma il loro stile, vedi una Running Man che è di nuovo congiunzione electro-indie ma col riff killer, oppure Greyhound, la melodia che si stampa in testa sulle fondamenta electro da cui nasceva nel 2010 il disco solista dello stesso Tomas Hoffding.

L'album gira spesso a vuoto, certi momenti più dreamy van fuori fuoco (Fireman) e il voler inseguire le ballate proprie del mondo pop appare interrotto (The End). Quando ci mettono il massimo della loro energia, arrivano brani come The Sun o Skinny Dipping, concisi e ben tagliati ma comunque non troppo oltre la normalità. Non è un problema di mancanza di idee (anzi il disco è fin troppo variegato), è che manca l'intenzione di insieme, il target espressivo verso cui focalizzare le energie. Se vuoi conquistare il grande pubblico devi dargli un prodotto semplice da assorbire in modo da non disperderne le potenzialità, cosa che a Brighter non riesce.

E non dite che non erano queste le intenzioni, che "si fa la musica che si sente propria" e i soliti intellettualismi da intervista. Stavolta non ci crede nessuno.

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