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Sgombriamo subito il campo da un equivoco: quello che intendono Tara Green e Jimi Kritzler per “high fashion”, evidentemente non comprende l’accessorio “scarpa”. Altrimenti non si spiegherebbe l’insistere su passerelle, l’immagine vogue laccatissima e Karl Lagerfeld, se poi si indossano per la copertina delle zeppacce trasparenti buone forse per il burlesque.

Detto, quindi, che ai nostri fashionisti italioti la cover art non farà che sollevare il sopracciglio, un disco come il secondo full length (sempre sotto la mezz’ora, però, come pure l’esordio del 2012) sottolinea come il territorio racchiuso nel recinto synth pop, italo disco e minimal techno possa ancora riservare sorprese. Basti prendere la penultima traccia, quella Burberry Congo che ancora una volta strizza l’occhio al catwalk: su un incedere da dancefloor anni ’90, i synth di Jimi disegnano una trama in levare che fonde improvvisamente il gelo sintetico in bianco e nero che ammanta tutto il disco con il calore di Africa e Giamaica. Questo cercarsi e prendersi tra estremi, questi ossimori già presenti in quell’Heat scheggia post punk di due anni fa, sono ancora una volta cifra stilistica e via d’uscita da un cul de sac apparente.

Paradise, singolo-manifesto, è una macchina del tempo tra Giorgio Moroder e l’europop dei Beloved (a cui sembra aver rubato la linea di synth e il pattern di drum machine); United Colours of KL gioca con il kitsch potenziale di molta dancefloor music dell’underground berlinese/tedesco, uscendone vincitrice: perché si sente che Tara Green riesce nella delicata operazione di essere credibile, credibilissima, pur mantenendo un distacco, una lontananza che è cifra stilistica di tutta l’operazione del duo. L’equilibrio è perfetto in In the Nights, che oltre a tutto il resto gioca con l’indie notturno slavatamente blues, per una nenia claustrofobica e scura degna di un Robert Smith senza autoironia.

La capacità dei White Hex di passare dall’esordio post punk a questa miscela più sintetica e danzabile è ammirevole, e possibile grazie solamente a una forte idea estetica di fondo che passa per la decadenza metropolitana e la monocromia. Visto come hanno sterzato fin qui, come proseguirà quest’avventura discografica che loro stessi definiscono trilogia? Con le sue tinte kraute e la voce di Tara Green in primo piano senza (troppi) effetti, la chiusura di Battleground è forse la strada per un futuro da crooner dei White Hex.

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