Recensioni

Che strane le anticipazioni dei dischi; anche oggi che il concetto di singolo è diventato praticamente virtuale. A chi non è mai capitato di interessarsi a una band o a un LP in arrivo con entusiasmo dopo avere notato una canzone brillante e di essere rimasto poi tiepido – o anche peggio – di fronte all’album completo. Stavolta è andata esattamente al contrario. Non so dire perché i belgi Whispering Sons, di cui avevamo recensito con toni positivi ma senza sperticarci in chissà quali elogi il precedente Several Others – ritenendolo però abbastanza interessante da parlarne con la band –, abbiano scelto due dei pezzi più isolati e meno indicativi del complesso di questo terzo album per lanciarlo in fase pre-uscita. Senza dubbio lo sapranno meglio di noi.
Né The Talker, un r&r saltellante con scritto a chiare lettere CBGB’s ‘77 circa – e più chiaro ancora TELEVISION tutto maiuscolo e a caratteri cubitali – e neppure la gelida wave di Cold City sembrano i momenti migliori e nemmeno i più rappresentativi di The Great Calm. Rappresentativi non tanto del sound generale quanto dell’autentico progresso compiuto dalla band, vicina davvero al livello di più quotati colleghi di sonorità del mondo anglosassone: Standstill, Walking, Flying – terzo singolo, e in questo caso sì, in lizza per la palma di miglior canzone dell’album –, Dragging e Something Good sono la prova gagliarda, la dimostrazione volitiva che (non) aspettavamo, i pezzi più pregiati che il canzoniere del gruppo belga ha probabilmente offerto fin qui – sfolgoranti di energia strumentale e senso melodico che li proiettano con veemenza sulla scia di acclamate band contemporanee quali Fontaines D.C. e The Murder Capital (con cui le affinità stilistiche ci sono, e sono palpabili).
Dopo un remixaggio di formazione che ha visto nell’ordine: un ex batterista ritornare per occuparsi dei sintetizzatori; l’ultimo bassista passare alla batteria; e un fidato ingegnere del suono e produttore prendere in mano il basso – solo la cantante Fenne Kuppens e il chitarrista Sander Hermans sono rimasti fermi ai loro posti – il gruppo suona più “polifonico”, grintoso e con un feeling più live che saremmo curiosi a questo punto di testare nei concerti dei prossimi mesi. Rimangono i ganci con il vecchio dark di Joy Division e Cure – l’eco di Seventeen Seconds viaggia al ritmo veloce di Walking, Flying, lontana ma c’è – e con il post-punk “istituzionale”; passando però anche da modelli più vicini nel tempo, come Interpol, Savages, Editors, ecco che i Whispering Sons trovano comunque una propria “quadra” – intanto riconoscibile, e che si scopre poi diventare una cifra personale man mano che si nota una nuova maturità anche in fase compositiva: nei ritmi duttili e sincopati, nel basso che prende spesso le redini con destrezza e determinazione, nella chitarra che suona fragorosa quando deve e chirurgica dove lavora di giustezza.
Una band cresciuta sotto tutti i profili ma pur sempre in piena evoluzione. Una crescita che potrebbe portarla a migliorare ancora, a scrivere in modo più convincente e ad ampliare il proprio registro (anche vocale: la voce di Fenne è davvero particolare e distintiva con quei suoi toni scabri e algidi, con il rischio però di risultare alla lunga un po’ monocorde). C’è da registrare intanto la sicura riuscita di un lavoro che contiene una conferma e una positiva sorpresa allo stesso tempo.
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