L’anima dark del nuovo Belgio. Intervista ai Whispering Sons
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Tommaso Iannini
- 16 Luglio 2021
È dall’inizio degli anni Zero e anche da un po’ prima che a fasi alterne assistiamo a cicli di revival post-punk, dai tempi degli Interpol a quelli più contemporanei dei Fontaines D.C., degli Shame, dei Dry Cleaning, che guardano ora a questa ora all’altra parte di un determinato orizzonte sonoro. Se anche il più appassionato di new wave che non si stanca mai di ritornare a quei suoni potrebbe osservare la cosa con sospetto e provare una certa assuefazione, a onore dal vero va riconosciuto alla nuova-nuova onda di questi ultimi anni di essere tra le più convincenti e di saper andare spesso oltre aspettative e routine. Certo parlare dell’ennesima giovane band che si ispira a suoni di quarant’anni fa, anche se mediati da esperienze più recenti – ma che sempre lì vanno a parare –, può sembrare prevedibile, noioso, persino pleonastico. Ma non sempre lo è davvero.
Se il secondo lavoro dei belgi Whispering Sons, intitolato Several Others, tratta materiali che non sono proprio di primissima mano per non dire parecchio inflazionati – e lo sono sempre di più in questo 2021 in cui persino le canzoni di Myss Keta sfoderano bassi simil-Joy Division –, la personalità con cui il gruppo riassembla gli stessi input è di quelle che si fanno comunque notare, e non sfigura di fronte a più blasonati colleghi anglosassoni. Soprattutto perché si traduce in composizioni solide che si fanno apprezzare di più quando si presta attenzione ai dettagli.
L’iniziale Dead End è un brano scritto apposta come opener dei concerti, giocato quindi sulla tensione ipnotica e sul senso dell’attesa di un’imminente esplosione, che arriva quando la chitarra entra in tutto il suo fragore a metà della partitura per guidare il climax ascendente fino alla fine: sarà senz’altro funzionale allo scopo, per non dire che farà faville sul palco. Se, in canzoni come Heat, Surface, Vision, i belgi si fanno strada a colpi di groove rock nervosi, ipnotici, a tinte dark, è quando si lasciano plasmare volentieri da forme non-rock o non proprio rock (synth pop e industrial su tutti) che diventano ancora più claustrofobici e per questo più affascinanti: i (poli?)ritmi angoscianti di Flood o di Satantango sono tra le cose più pregevoli di un disco dove emergono particolari – come il piano usato in maniera essenziale ma d’effetto in pezzi come Aftermath, i synth ostinati di (I Leave You) Wounded o i sample di Screens – che inquadrano anche una crescita evidente rispetto all’esordio Image di tre anni fa.
Sia sul piano della qualità, che su quello del gusto, dove nelle tante assonanze con Editors, Interpol o Savages, fino ai Preoccupations, nomi che possono essere stati le probabili prime fonti d’ispirazione, si insinuano certe disperate ossessioni tipicamente Suicide e le atmosfere torbide di un Nick Cave d’annata. Di questo abbiamo parlato con la band e in particolare con la cantante Fenne Kuppens, la cui voce dal timbro scuro e androgino rappresenta uno degli elementi distintivi del complesso di stanza a Bruxelles.
L’impressione che abbiamo avuto leggendo la presentazione dell’album e altre vostre interviste è che per questo secondo disco abbiate avuto da subito le idee molto chiare e l’intenzione di spingervi più in là. Pensate che Several Others sia l’album che vi rappresenta meglio e che esprime al massimo il vostro potenziale?
Dopo che abbiamo pubblicato il nostro primo album Image ci siamo resi conto velocemente della direzione in cui avremmo voluto proseguire. Non dico che sia stato un taglio netto, ma sapevamo di voler cambiare. E poi stiamo crescendo come gruppo, come musicisti, come autori. Ogni nuova canzone che scriviamo è un passo verso quelli che sono i nostri veri obiettivi e la musica che vorremmo fare. Speriamo che la nostra evoluzione non si fermi mai, e Several Others in questo momento è il disco che rappresenta meglio ciò che siamo e che vogliamo essere.
Tre anni fa avevate detto che quello che avevate imparato lavorando al vostro primo LP sarebbe stato un punto di partenza per il lavoro sul secondo. Oltre a un pregevole lavoro di chitarra, basso e percussioni, c’è più sperimentazione con i sample, l’elettronica, e il pianoforte compare più spesso, o almeno così sembra. Vi riferivate a questo?
Diciamo che abbiamo ripreso alcune idee e ne abbiamo abbandonate delle altre. Quando avevamo registrato Image la maggior parte delle canzoni esisteva già in versione live. E avevamo cercato di tradurre l’esperienza dei concerti nella sala di registrazione. Per Several Others è andata in tutt’altro modo. Le canzoni erano nate in sala prove ed erano poco più che abbozzate quando le abbiamo portate in studio, quindi abbiamo avuto l’occasione per sperimentare molto di più. Quando parlavo delle idee che abbiamo ripreso, pensavo ad esempio all’uso del pianoforte. Avevamo trasformato l’ultimo pezzo di Image inserendo il pianoforte su consiglio del nostro produttore. Era qualcosa che non avevamo mai fatto prima. Ma il risultato è stato splendido, e questo ci ha incoraggiato a scrivere altre canzoni con il piano per il secondo disco.
È un disco molto denso, che cerca di andare in profondità. Comincia con Dead End, un pezzo molto intenso – e immagino quanto potrà esserlo dal vivo. Mi ha colpito ciò che canti, Fenne, perché suona, ed è, così diretto e personale, in modo quasi sorprendente. Mi sembra che ci sia molto di te nel testo – o almeno questo è quello che comunichi a chi ascolta…
Dead End in effetti è stata scritta proprio per diventare l’apertura dei concerti. Volevamo una canzone in crescendo che catturasse subito l’attenzione del pubblico e che ti trascinasse fino a esplodere. Speriamo che succeda questo quando la suoneremo dal vivo. I testi sono tutti molto personali. Specialmente quello di Dead End, che parla di una continua ricerca della perfezione, con tutto quello che comporta. È un brano che detta il tono a tutto il disco.
Non è solo quello che canti, ma anche come lo canti. Hai un voce molto particolare, che tra l’altro si incontra perfettamente con la musica del tuo gruppo. Ci piacerebbe sapere come vi siete conosciuti e se già avevi sviluppato per conto tuo questo tuo mondo di cantare, oppure se è nato facendo musica insieme agli altri…
Ci siamo conosciuti tutti all’università. Nei primi mesi del 2013 abbiamo dato un vero inizio a questo progetto. Gli altri ragazzi suonavano già insieme da un po’, ma si erano ritrovati senza cantante, per cui hanno deciso di rivolgersi a me. All’inizio non sapevo bene cosa fare. Non avevo una vera voce o uno stile che mi facesse sentire a mio agio, per cui ci ho messo un po’ prima di trovare quel registro grave e profondo.
Non posso fare a meno di domandarvi delle vostre influenze musicali: il post-punk degli anni ’80 sembra essere stato una grande fonte di ispirazione. Visto che siete tutti giovani, eravamo curiosi di sapere come avete incontrato quelle sonorità…
L’inizio dell’università è stato anche l’occasione del nostro incontro con nuove ispirazioni musicali. Abbiamo iniziato ad ascoltare band come gli Editors, gli Horrors e altri gruppi di quel periodo che hanno lanciato questo nuovo revival post punk. E poi abbiamo iniziato ad andare più fondo, e siamo risaliti alle origini scoprendo Joy Division, Cure, Siouxsie and the Banshees, Sound, Chameleons ecc. Avevamo anche un programma su una radio locale dedicato a questo genere. È il suono di queste band che ha formato il nostro primo linguaggio musicale come gruppo, e queste sono ancora le nostre radici.
Venite da una terra che è sempre stata molto ricettiva verso quel tipo di suoni; un pezzo come Satantango, che ha questo beat molto simil-industrial: mi sono chiesto se la musica dei vostri connazionali Front 242 possa avervi influenzato e fare parte del vostro paesaggio sonoro, ma mi vengono in mente anche i Suicide o Nick Cave…
Non avevamo mai ascoltato i Front 242 finché non siamo diventati anche noi parte della scena new wave/post-punk del Belgio. Quindi non hanno avuto nessuna influenza su di noi come del resto il panorama musicale del nostro paese. Abbiamo scoperto i Suicide grazie alla cover di Dream Baby Dream fatta dalle Savages che è stata una vera rivelazione. Diciamo che per questo LP abbiamo cercato un approccio più scarno e minimalista, di cui Satantango è la perfetta incarnazione.
Che progetti avete per l’immediato? Immagino che non vedrete l’ora di tornare a suonare dal vivo, ora che stanno per ricominciare i concerti
Non vediamo l’ora di suonare dal vivo. Abbiamo passato tanto tempo, troppo, lontano dai palchi. Per fortuna abbiamo un ricco programma di concerti e saremo molto impegnati. Faremo da spalla ai Balthazar in ottobre a Milano. E poi nel 2022 torneremo molto probabilmente nel vostro paese per suonare, stavolta come headliner.
