Recensioni

6.4

Due anni fa i What Moon Things erano riusciti a costruirsi un piccolo seguito – setacciato tra appassionati di post-punk, goth e shoegaze – con un omonimo album d’esordio che da quei generi ereditava sfumature che andavano a comporre una gamma stilistica variegata e tutto sommato personale. La band di New Paltz si rifà oggi viva con il sophomore Someone Who Isn’t Me: un album dalla lunga gestazione, registrato tra i Glow Studios di Athens e le camere, gli scantinati e i garage newyorkesi dei tre musicisti. Rispetto al debutto, l’atmosfera è meno opprimente, ma la voglia di trovare un certo equilibrio tra mondi non sempre amalgamabili è rimasta intatta.

Come in What Moon Things anche in Someone Who Isn’t Me si avverte una generale sensazione di incompiutezza che da un lato è sicuramente dovuta a precise scelte (la produzione è di stampo lo-fi e il suono è spesso sghembo e poco pieno), ma dall’altro è attribuibile ad una scrittura eccessivamente caotica che finisce per rendere alcuni brani più simili ad improvvisazioni che ad altro, con melodie appoggiate timidamente su intrecci strumentali dissonanti. Non stiamo giudicando l’istinto sperimentale degli americani quanto invece l’incapacità di rendere immediatamente interessante il non-ordinario: manca infatti la zampata in grado di catturare l’ascoltatore o di incentivarlo ad immergersi completamente in un disco vagamente repulsivo al primo impatto.

Ciò nonostante Someone Who Isn’t Me ha i suoi momenti vincenti, purtroppo annacquati all’interno di una tracklist dispersiva che solo a tratti mette pienamente in luce il lato genialoide-tormentato di Jake Harms, autore di versi criptici e vagamente non-sense che si muovono tra una certa vena poetica e oppiacee divagazioni in stream of consciousness. Musicalmente i Cure (principalmente quelli di Disintegration) continuano ad essere un punto di riferimento abbastanza evidente (il caso vuole che sul palco Jake sia uno strano incrocio tra Big Jeff e Robert Smith), specie nella traccia apripista Party Down The Street («at the party down the street I’ll be reading magazines slip some codeine in my tea») ma, come accennato in apertura, la proposta degli americani è talmente ampia che i paragoni lasciano il tempo che trovano. All’interno delle sedici tracce abbiamo situazioni non troppo distanti dalla scena lo-fi/bedroom pop (l’iniziale Quit sta tra Porches e Alex G), abbozzi hypna-hip hop strumentali (Mexican Coke), passaggi guitar-pop/C86 (17), tentativi dark-synthpop (Living Worms), richiami ai primi Modest Mouse via Told Slant (Head Injury), i Pixies sotto acido (Sea Of My Kitchen) e chitarre figlie dell’indie più sbilenco di vent’anni fa (Renfield) che in Dead Pixie fanno da punto di congiunzione tra l’assalto dei Cymbals Eat Guitars e certe angolazioni math.

Far convivere tutte queste sonorità in modo armonioso e coeso è un’impresa ardua, che i Nostri non sono ancora riusciti a finalizzare: Someone Who Isn’t Me contiene infatti alcuni spunti validi ed un apprezzabile rifiuto dei compromessi, ma non è ancora abbastanza per lasciare un segno all’interno dell’affollatissima discografia contemporanea.

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