Recensioni

All’isola di Wight, famosa innanzitutto per il festival che vi si organizza da più di cinquant’anni, i Dik Dik dedicarono il brano omonimo pubblicato come singolo nel 1970, circostanza in qualche modo paradigmatica dell’esterofilia imperante all’epoca in Italia, visto che tra l’altro il pezzo era una cover di Wight Is Wight del cantante francese Michel Delpech. Propensione intellettuale, quella dell’esterofilia, peraltro ancora di gran moda qui da noi se è vero, com’è vero, che spesso portiamo in palmo di mano artisti che a molti dei nostri potrebbero al massimo spicciare casa.
Questa è solo una delle considerazioni che suggerisce a chi scrive l’esordio omonimo delle Wet Leg, duo composto da Rhian Teasdale e Hester Chambers, entrambe natie – appunto – dell’isola di Wight (come hanno raccontato al nostro Fernando Rennis in sede d’intervista); un’altra potrebbe essere l’eccessiva acquiescenza di certi circoli nei confronti di tutto ciò che si fregia dell’aggettivo indie, a prescindere dal suo effettivo spessore artistico. Un disco come questo, infatti, potrebbe tranquillamente essere rubricato a instant-album buono, nei suoi episodi meno ovvi, per qualche playlist su Spotify da tenere lì almeno fino ai prossimi festival europei estivi sull’onda dell’hype artatamente (sempre a parere dello scrivente) generato da un’astuta campagna promozionale, da qualche endorsement d’eccezione (Dave Grohl, Iggy Pop) e da alcune recensioni di certa stampa internazionale immancabilmente magnanima con tutto ciò che macina ascolti e condivisioni.
Il loro sforzo, pur apprezzabile, ha poco di stravagante e procede tenendosi saldo ai luoghi comuni di un filone rock indipendente dai riflussi 90s/00s qui plastificato e, in definitiva, banalizzato da una formula che non possiede la minima lucentezza della scintilla schizoide di gente come Breeders o Yeah Yeah Yeahs. Un prodotto pop innegabilmente ben confezionato, catchy, spassoso anche, in cui ogni cosa è al posto giusto (pure troppo). Ma è tutt’al più un “mi piace” da social, quello che gli si riesce a corrispondere, un apprezzamento senza ulteriori commenti o spiegoni: al massimo un’emoticon con la faccina sorridente o un pollice all’insù.
Perché alla fine ci si diverte, diciamo così, con la scolaresca e impertinente opening Chaise Longue, con la dissonante Being In Love o con la pixies-iana Piece Of Shit; e al limite si possono apprezzare una Angelica dalle propulsioni psych su un riff che si stampa in testa fin dal primo ascolto, una I Don’t Wanna Go Out che mistura Pavement con intarsi lisergici o una Wet Dream, scarica garage-punk ballabile (con tanto di handclapping d’annata) in stile Franz Ferdinand o Arctic Monkeys, non a caso loro compagni d’etichetta. Ci si diverte, si apprezza, sì, ma in modo relativo, quasi controvoglia, per noia forse, come un messicano che viene svegliato dalla siesta e fa sì con la testa senza manco togliersi il sombrero: perché, onestamente, di scappellarci per così poco proprio non abbiamo voglia.
Amazon
