Recensioni

Rispetto ai primi EP è un debutto più stratificato e maturo, più universale, con più respiro e idee. Forse è un poco meno intimo, sicuramente meno viscerale, ma il primo LP di Wesley Joseph, nato a Birmingham, vede il rapper e cantante cercare di definirsi artista a tutto tondo e di esplorare, con più intuito e voracità, i confini annebbiati del contemporary R&B britannico, in quello che sempre di più si rivela essere più un microcosmo di intrecci, pastiche ed esperimenti in laboratorio che un vero e proprio genere. Quasi uno state of mind brandizzabile e smerciabile alla stessa, onnivora, platea di consumatori.
È il mondo di Dave, Little Simz e Kofi Stone; di John Glacier, Sampha e Cleo Sol; dei SAULT, Greentea Peng, Arlo Parks e tanti altri, oltre ad alcuni esponenti del nu-jazz (Alfa Mist, Kokoroko, Shabaka Hutchings e Yussef Dayes), o di idiosincratici afrocentristi nel pieno limbo tra motherland e ora del tè (Pa Salieu, Burna Boy, Tems).
A questo spettro di sfumata blackness non può mancare nemmeno Jorja Smith, amica d’infanzia di Joseph, che ha accompagnato il rapper e cantante prima nel suo EP di debutto (l’ottimo Ultramarine del 2021), firmandone il brano più apprezzato (Patience), poi in questo LP di debutto, Forever Ends Someday, uscito per via indipendente pochi giorni fa e destinato a raccogliere più di qualche applauso.
E se di contemporary R&B si parla, si parla di rap ed elettronica che si incastrano a vicenda, di suggestioni soul e di intimismo melodico, di elevazione spirituale, echi di infinito e orchestrazione sinfonica. Joseph gioca con peculiarità e carisma, mischiando un lirismo di poesia quotidiana (l’amore, i legami familiari, la malinconia) ai grandi interrogativi della vita (l’infinito, il cosmo, la memoria). Con July, in collaborazione con Jorja Smith, costruisce una ballad R&B su un amore che sfuma, mentre If Time Could Talk riflette sull’escapismo e sul ballo come catarsi.
Ai due estremi del disco, Distant Man e 100 Miles, si condensano flussi di coscienza tra nevrosi elettronica e meditazione. Distant Man in particolare alterna caos e quiete, mentre in Peace Of Mind (con Danny Brown) l’energia dell’alt rap si intreccia a loop vocali e percussioni secche. Shadow Puppet lavora sull’introspezione, mentre Pluto Baby guarda allo spazio con un R&B retrofuturista che richiama certe derive di The Weeknd.
Tra i riferimenti più ampi emergono anche Dave, Jorja Smith, Tems, fino a James Blake, con cui Joseph condivide un approccio frammentato alla forma canzone, senza però aderirvi completamente.
Insomma, probabilmente con Ultramarine entravamo più in sintonia con l’inchiostro di Joseph, ma questo Forever Ends Someday non si accontenta di essere eco di nessuno: si colloca piuttosto in uno spazio intermedio, coerente con la nuova black music britannica, tra sperimentazione, identità e costruzione di un linguaggio ancora in divenire.
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