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7.3

Arrivata al suo quarto album, Katie Crutchfield tira le fila del progetto musicale Waxahatchee, siglando un punto autorevole in un percorso iniziato nel 2010, ancora prima del disco d’esordio American Weekend (2012). In questi sette anni la cantautrice dell’Alabama ha ricevuto feedback dei più altalenanti, dall’esordio in sordina al sophomore (Cerulean Salt, 2013) che aveva diviso la critica, così com’è stato due anni più tardi per il successore Ivy Trip. La sua musica muove da sempre sentimenti contrastanti: i detrattori ai limiti dell’indignato da un lato, sostenitori accaniti dall’altro; tra quest’ultimi soprattutto gli anglosassoni, perché (inutile dirlo) lingua e testi giocano un ruolo fondamentale in una proposta come questa. L’indie-mondo italiano, invece, l’ha sempre lasciata un po’ in disparte, per la serie “intelligente ma non si applica”, senza considerare che l’estetica awkward della Crutchfield, tra il trasandato e lo sgraziato, e che trasuda Alabama da tutti i pori, piace poco all’hipsterello contemporaneo.

Per Katie Crutchfield è arrivato dunque il momento di rispedire tutto al mittente e pubblicare il suo lavoro più brillante e sincero, sia a livello musicale che testuale, oltre che per affermarsi come un’artigiana dell’indie rock 90s sporcato di grunge e da sprazzi di garage. Il tutto senza che il risultato sia una mera riproposizione di passati stilemi, ma risponda invece a un’istintiva urgenza di parlare di distruzione e costruzione attraverso uno dei linguaggi musicali più diretti degli ultimi anni. Ci sono una certa coerenza ma anche una grande sincerità, all’interno di dieci tracce, elementi che sottintendono una maturità artistica raggiunta, complice magari la co-produzione di uno storico dell’alt-rock come John Agnello, e forse la messa in secondo piano della sorella Allison, che fino al disco precedente figurava come spalla del progetto mentre qui rimane confinata alle sole tastiere (particolarmente evidenti in Recit Remorse).

Tramite pezzi muscolari ed energici (Never Been Wrong, Brass Beam, Hear You ma soprattutto No Question) e altri più riflessivi e distesi (8 Ball, Recite Remorse, Fade), Out in the Storm racconta di storie finite, di rapporti deteriorati. E’ un disco catartico, quindi, non solo per la dicotomia amore/odio messa in gioco – liberarsi dai nodi complicati della propria vita tramite la musica – ma anche per il complesso rapporto instaurato con una tradizione musicale che emerge come una sorella maggiore da cui non ci si riesce ancora a staccare. E così il grunge del 2017 appare ancora più malinconico, rancoroso, accompagnato da uno spleen carico di trasporto, mentre l’indie-rock anni Novanta risulta quasi reazionario, come a voler ritornare agli albori di un genere, a una originaria verginità lo-fi. E così riemerge l’indie-country di Yo La Tengo in A Little More, e in canzoni come Brass Beam gli Smashing Pumpkins incontrano le Breeders. E ancora, una traccia come Never Be Wrong accarezza cadenze motorik, mentre in No Question emerge un garage à la Thee Oh Sees.

Se il vero punto debole di Cerulean Salt risiedeva in ritornelli poco memorabili, qui quasi tutte le tracce possiedono una linea anthemica forte, un pizzico imponderabile di pop che non guasta e momenti di leggerezza che sembrano raccontare la sensazione che si prova quando ci si innamora con occhi da adolescenti. A differenza del passato, la Crutchfield lascia da parte le scaramucce da high school e si avvicina a una visione millennial della vita, entrando nel territorio di quella che viene definita “crisi del quarto di secolo”. Una poetica, quindi, propria di una generazione. Emblematico, nella canzone di apertura, il verso in cui l’autrice si chiede «Am I happy or maniac?». Katie Crutchfield è vero, non incanta, ma cattura.

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