Recensioni

6.9

Non se ne esce, ci scommettiamo: nemmeno questo terzo disco di Katie Crutchfield permetterà di capire chi abbia ragione, nella grande Lotta Critica tra coloro che ne tessono le lodi (la stampa anglosassone quasi in toto) e chi la odia visceralmente. Capiamo benissimo i secondi, per carità: l’artwork di questo album, l’abbigliamento e le scelte sonore di Waxahatchee farebbero scappare qualsiasi personaggio con un minimo di allergia per il vintage, la retromania, quelle cose lì. Una copertina che ne ricorda una dei Red House Painters, solo con un elemento femminile finalmente introdotto in quei paesaggi naturali ma vuoti. Appare come una Brenda Walsh depressa, Katie Crutchfield, e parte del disco è legata alla dipartita di un amico. Con il naturale quantitativo di spleen che questo comporta, possiamo tirare le somme: la nave Waxahatchee non ha ancora lasciato il porto degli anni Novanta.

Occorre però dare alla ragazza un po’ di credito, non per l’hype ma per l’età. Occorre farlo perché anche aderire ad un certo stile può essere una scelta involontaria, figlia dei tempi in cui viviamo. Soprattutto, occorre darle una possibilità perché la tensione che pervade questo disco riesce a regalare bei momenti. Sia chiaro, qui tensione non è da intendersi come nervosismo sonoro, ma come un equilibrismo tra momenti soffici eppure votati al tono grave e momenti più sbarazzini, cazzoni e chitarristici.

C’è una forte dispersione, dunque. Ci sono i brani indie rock telefonati come <, che sembrano non dire nulla, neanche a livello di testi, e in cui gli strumenti sono asciutti ma non supportano una scrittura profonda, bensì un girare a vuoto. E ci sono brani come La Loose che tra arrangiamenti curati di drum machine, synth, chitarre e voce riescono a farsi apprezzare per il coraggio e la differenza che rimarcano con le parti più monolitiche della scaletta. Ci sono poi momenti chitarristici trascinanti, come The Dirt, che ricorda delle Breeders meno acrobatiche ma ugualmente divertenti, o i Vaselines. Ci sono i ritratti tenui in cui la monotonia prevale (anche per una voce che non sempre si sforza di superarsi) e ci sono anche brani sorprendenti, per quanto costruiti con nulla eppure carichi di cuore. Esempio ne è Breathless, la migliore del lotto: una Lisa Germano lineare, solenne, nuda, con le tastiere a creare un deserto attorno alla voce della Crutchfield.

Un album che farà aumenterà le fortune critiche dell’autrice, e che in parte viene giustificato da alcuni picchi niente male. Nel quadro generale, però, si tratta di un disco fortemente schizofrenico, nella ricetta e nei risultati. Bello, ma con riserva.

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