Recensioni

5.5

I primi lavori di Greene sono stati costruiti interamente con samples e con strumenti MIDI: i due album del 2009 (l’EP Life of Leisure e la cassetta High Times) ad esempio sono stati registrati con l’aiuto di una tastiera M Audio Oxygen a due ottave e con un laptop, praticamente l’equipaggiamento di un freshmen che inizia a studiare musica elettronica. Già nel tour di Within And Without si capiva però che l’uomo si era stancato delle macchine, con risultati interlocutori e laboratoriali. Paracosm è il pretesto per dedicarsi ad un nuovo inizio in vista di una musica basata su strumenti interamente live e su un tipo di registrazione e produzione analogiche. Greene si mette quindi ad usare un organico d’epoca, tipo l’Hammond Novachord del 1939, il Mellotron o le ondes Martenot di inizio anni 50, un po’ come hanno fatto i Daft Punk con Random Access Memories e va in cerca di studi di registrazione old school (i Maze Studios con la supervisione di Ben H. Allen, già collaboratore di Animal Collective, Deerhunter e Gnarls Barkley).

La retrofilia organologica del musicista di Atlanta, Georgia, risulta, a differenza di quella di De Homem-Christo e Bangalter, tutto sommato kitsch; l’output finale non sembra essere cambiato di molto rispetto all’esordio. In due mini documentari sul backstage dell’album, costruiti con i blasonati The Creators Project, si capisce che se l’idea di avere dei sample più organici aumenta la qualità del sound, in fondo gli strumenti e i suoni registrati passano sempre per drum machines, pad o tastiere. È quindi innegabile che un vero e proprio cambiamento radicale non ci sia stato.

Andando a testare l’ipotesi sulla resa delle canzoni (prescindendo dalle sonorità), la conclusione è presto detta: il risultato finale non cambia. Il suono di Washed Out rimane ancorato perciò all’estetica chill intrisa di reminiscenze 80, orchestre loungey à la Air e un po’ di folkitudine con bandierone americano a stelle e strisce (che fa da sfondo allo studio casalingo). Un quattro quarti slow un po’ psych (Don’t Give Up), qualche vago richiamo all’estetica pop vintage degli Stereolab mescolato con laser à la Beck (nella pur pregevole All I Know), slow motion connessi alle prove precedenti con qualche spunto prog (Weightless) e qualche vago rimando pure alle atmosfere dei Coldplay con tanto di uccellini e suoni naturali (Falling Back) fanno di questo disco il primo vero lavoro ‘commerciale’ di Greene.

Il disco potrebbe sfondare quindi, perché è ascoltabile e curato nella costruzione del relaxing mood. Per chi non lo conosce sarà una scoperta apprezzabile, da suonare come fondino pre-party. Per i fan, un’inutile marcia indietro, camuffata con la scusa del passo avanti nella ricerca del suono orchestrato e più live. Il risultato è invece una prescindibilissima riproposizione di tutti i cliché della scuola glo. Il sophomore di Washed Out non riesce a ricostruire l’interessante discorso meta musicale di James Ferraro (vedi ad esempio Far Side Virtual) e si prende troppo sul serio, risultando pesante e alla lunga indigesto.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette