Recensioni

Per chi ama il glo-fi il concerto di Washed Out è un must. Nella splendida cornice del Bastione Alicorno, all’interno dell’illuminato e propositivo Radar Festival (che accende l’asfittica estate padovana), ci si addentra nei sotterranei delle mura antiche e in una specie di fossa con tanto di balconata da cui si può vedere il minipalco e gustare uno degli eventi e dei personaggi tanto attesi e pompati dal mantra pitchforkiano e non solo.

Per acclimatarci, il duo/spalla Million Young ravviva gli animi con synth e chitarre crogiolantesi su vocalizzi in eco chillwave senza infamia e senza lode. Il main act arriva con la prima linea di tre synth, un basso e una batteria. Il concerto non dura molto, ma data l’ancora esigua produzione di Ernest Greene, i quaranta minuti compreso bis sono più che sufficienti per farci ricordare un suono che da qui in poi (con il full Within And Without) può essere considerato la fotografia dell’estetica dominante (almeno fino ad oggi) dei post-noughties.

Nella scaletta sono incluse anche le hit dell’EP Life Of Leisure (inevitabile il singolo Feel It All Around), ma quello che molti non si aspettavano (e che Greene ci aveva anticipato pochi giorni fa in un’intervista) è che il tutto viene proposto dal vivo, senza laptop e camerette nerdy. Gli arrangiamenti puntano al ritmo e ricordano le incursioni arty che qualche anno fa hanno fatto la fortuna degli Yacht, travasando la dance nel ricordo dei basilari Ottanta, e aggiungendo per una ristretta cerchia di hipster le giuste coordinate che definiscono il ricordo degno del famigerato ‘c’ero anch’io’.

Dal punto di vista tecnico la voce del frontman è stata miscelata con effetti che la sovrastano con un gusto tutto Animal Collective. Lui – che tra l’altro assomiglia di brutto a Carlo Pastore – sembra il tipo giusto al momento giusto: jeansino e canottiera con scollatura fantozziana che ricorda le collezioni di American Apparel in saldo, una voce che probabilmente si sente solo dalla prima fila (e quindi fa pensare a più di qualche limite tecnico), compensata dal tiro del gruppo che risulta appropriato ad accompagnare le visioni sepia dell’uomo. La ragazza con la zeppa altissima di sughero, il frangione nero e i capelli lunghissimi un po’ dark, i jeans rossi White Stripes, l’amico nero con le treccine e le piume colorate da indiano, il bassista con la maglia targata Georgia e il batterista casual con i baffi à la Village People.

Mai troppo scomposti, nè supponenti, i cinque sono sul pezzo e regalano attimi di trasporto alieno dalle atmosfere cesellate e perfettine delle tracce che abbiamo sentito sul supporto digitale, e ci ricordano come la low-finess sia un pilastro fondamentale della scena. Glo-fi is the new punk? Probabilmente sì, anche se la ricerca dell’effetto sporco è artefatta, costruita a puntino con i plug-in più à la page che mai. In definitiva il concerto di WO resta un prodotto per un pubblico selezionato, ma che in quattro e quattr’otto potrebbe esplodere (vedi i passaggi radiofonici anche su radio major degli ultimi giorni) e titillare orecchie mainstream. Imprecisioni ce ne sono state e migliorie speriamo che arrivino, ma resta il fatto che per definire uno dei tanti ‘suoni-di-questi-anni’, quest’uomo è imprescindibile. Cercatelo quindi, anche se di cose da studiare per diventare un classico tout court ce ne sono ancora a quintali.

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