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Lo sbarco della techno di Detroit in Europa è indubbiamente connesso all’uscita nel 1988 della compilation Techno! The new dance sound of Detroit! su 10 Records, sublabel di Virgin. Già dalla copertina, con la sua grafica futurista, l’album era una promessa di novità, sia urbana che sonora. Ci pensarono poi alcuni brani come It is what it is di Derrick “Mayday” May, Forever and a day di Blake Baxter, Techno Music di Juan Atkins e soprattutto Big Fun di Inner City ovvero Kevin Saunderson, Art Forest, James “Suburban Knight” Pennington e Paris Grey, a confermare che quella promessa era una realtà tangibile e contagiosa. Da quel momento in poi, nei rave e nei club europei, la nuova musica di Detroit iniziò ad avere sempre più spazio, anche grazie ad altri brani immortali come Strings of life, Nude Photo e Rock to the beat, solo per citare i più famosi. Nel momento di massima espressione di questo nuovo sentire, uditivo ma anche corporeo, che fu l’inizio degli anni 90, venne prodotta in Inghilterra una nuova importante compilation: Retro Techno / Detroit Definitive Emotions Electric.

Stavolta la label era la Network di Neil Rushton, la stessa persona che aveva portato quei suoni a Virgin nel 1988 e che da qualche anno con la sua label faceva uscire per il mercato europeo musica techno da tutto il mondo, Detroit inclusa. La compilation contiene molti classici in versioni inedite o poco conosciute come No Ufo’s di Model 500, Rock to the beat di Reese, When we used to play di Blake Baxter, Let’s go di X Ray (la prima uscita della Transmat) e Strings of life di Rhythim is Rhythim oppure pezzi bellissimi come First Bass di Separate Minds ovvero Mark “MK” Kinchen e The groove that won’t stop di Kevin Saunderson, ma non è lì che risiede la sua importanza a livello produttivo.

Nella versione CD della compilation su 10 Records/Virgin c’erano note introduttive scritte da Stuart Cosgrove che davano indicazioni molto chiare su cosa fosse concettualmente la techno, ma è su Retro Techno che l’intento divulgativo è predominante. Nelle buste che contenevano i due vinili compaiono alcuni testi esplicativi delle tracce, le foto dei tre di Belleville con alcune loro frasi chiave, le loro biografie, le discografie di Metroplex, Transmat e KMS, foto degli altri artisti presenti e un testo di Neil Rushton sulla quarta di copertina che racconta la storia di come si è avvicinato alla scena di Detroit e di come la prima compilation su 10 Records/Virgin avesse preso vita. È la storia che poi è diventata ufficiale riguardo all’arrivo della techno in Europa. Non tutti hanno aderito però a questa versione.

Come segnalato nell’interessante approfondimento di Giosué Impellizzieri sulla genesi e sull’uso del termine, fra i più autorevoli a metterlo in dubbio ci furono i giornalisti inglesi Bill Brewster e Frank Broughton nel loro comunque fondamentale libro Last night a DJ saved my life, sostenendo che le teorie diffuse in Europa grazie a Neil Rushton, Stuart Cosgrove e John McCready (questi ultimi due scrivevano rispettivamente per NME e The Face) siano fondamentalmente marketing messo in bocca ai tre per creare hype sulla musica della Motor City. Nonostante MCCready dichiari anche oggi che ci fu una certa furbizia in Atkins, May e Saunderson nel gestire la situazione, la musica che i tre fecero al tempo era indubitabilmente lo specchio delle loro dichiarazioni, facendo cadere nel vuoto le illazioni di Brewster & Broughton.

Invidia fra giornalisti? Nazionalismo musicale? La questione è ancora aperta per molti, ma la musica parla da sé. Non c’era alcuna competizione musicale tra house e techno, semplicemente perché giocavano su due piani diversi. A Chicago si cercava di dare voce e corpo al disagio con una musica scarnificata e suadente, intrisa di una malinconia di fondo pari a un blues urbano 2.0. A Detroit quel disagio vedeva nelle macchine una possibilità di cambiamento, uno squarcio di futuro a portata di mano da usare come arma sonica di mutazione: dalla Ford alla Roland 909. I produttori di Detroit erano connessi a un’evoluzione tecnologica inarrestabile in atto, che dava spazio alle voci che non ne avevano e che si poneva come alternativa potentissima al flusso sensuale e spirituale dell’house.

Retro Techno quindi, nonostante qualche indubbio difetto autocelebrativo, resta una testimonianza fondamentale di cosa la techno fosse diventata in pochi anni: da nuova moda del momento a colonna portante di un cambiamento epocale nella produzione musicale e nella fruizione dei ritmi e delle melodie sui dancefloor. La presenza nella compilation anche di Clear dei Cybotron, brano seminale del 1983 della techno a venire, conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, che a Detroit c’era un filo conduttore vero che portava il futuro nel quotidiano. La compilation testimonia in modo netto la potenza indiscutibile di quella musica e la sua valenza storica in divenire. Di fronte a quei brani ogni discussione decade e cede il passo alla voglia di ballare, con quella sensazione di futuro che ti avvolge e ti fa sperare che possa esserne anche tu non solo testimone, ma anche protagonista.

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