Recensioni

7.5

Esaurita la fase prog coi Delirium, nell’Ivano Fossati solista presero a dipanarsi almeno due nature: quella pensosa del cantautore alle prese con enigmi e travagli interiori e quella a pronta presa pop ma dal buon peso specifico. Se la prima gli aveva fatto guadagnare un’autorevolezza sempre più robusta agli occhi di pubblico e addetti ai lavori (con album di spessore quali 700 giorni e La pianta del té), la seconda gli consentì di piazzare qualche propria composizione ben alta nelle classifiche di vendita e nell’immaginario musicale del Belpaese (sia a proprio nome – La mia banda suona il rock, La musica che gira intorno – sia per interposta persona, vedi Pensiero stupendo via Patty Pravo e Non sono una signora via Loredana Bertè).

Questo Ivano uno e bino aveva, insomma, attraversato i roventi Settanta e la giocoleria degli Ottanta uscendone più che vivo, anzi al massimo della forma e della maturità. Ce n’era bisogno, visto che i Novanta fecero capire subito che sarebbero stati tempi di nuove sfide per coloro che si ostinavano a impegnarsi come cantautori. Tempi che dovevi tornare a sporcarti le mani con la realtà. Discanto, uscito nel ’90, in questo senso chiudeva la fase più “introversa” dei suoi Eighties, proprio mentre Le nuvole di De André – disco meraviglioso che non lasciava alibi alla coscienza sporca di un Paese voglioso di scuotersi e al quale Fossati contribuì nella stesura di un paio di testi – apriva di fatto il nuovo decennio del cantautorato italiano. Lindbergh nacque due anni più tardi sotto premesse già radicalmente mutate, ovvero sotto la cappa dei conflitti che deflagrarono nei primissimi anni del decennio: la “desert storm” sull’Iraq e le guerre civili che dissolsero la Jugoslavia a partire dal ’91.

In entrambi i casi, si poneva urgente la questione del coinvolgimento dello Stato e i suoi riflessi nella dimensione del cittadino/individuo, ovvero la crisi di tutta la lunga sedimentazione culturale edificata su un pacifismo formale che rivelava di schianto tutta la propria fragilità e ambiguità. Fossati affronta questo dilemma con un pacifismo senza cedimenti, cogliendo a piene mani dal proprio repertorio di depistaggi criptici e allusivi, eppure lasciando trapelare un coinvolgimento emotivo diretto, semplice, schietto. In questo senso vanno lette l’essenziale e sanguigna rilettura de Il disertore (di Boris Vian) nonché la franca Poca voglia di fare il soldato, anche se il pezzo forte arriva con Sigonella, dove la guerra è una presenza differita ma immanente, una lacerazione esistenziale tanto più profonda quanto più distante, invisibile.

Si potrebbe azzardare una sorta di concept proprio nell’isolamento dell’io rispetto alla direzione del mondo, che la traccia di apertura La canzone popolare solo apparentemente smentisce e semmai enfatizza col suo marciare vivido in un trascinante impasto di ritmi e timbri bandistici. Ma dopo questo episodio c’è come un’implosione, non resta margine che per trepidazioni languide (la splendida Mio fratello che guardi il mondo), guittezze spiegazzate più Paolo Conte che De André (Notturno delle tre) e rarefazioni meditabonde (la title track), come a marcare la traiettoria di un viaggio solitario per l’impossibilità di realizzare pienamente se stessi seguendo la traiettoria confusa, totalitaria e talvolta delittuosa della massa.

Rispetto alla “direzione ostinata e contraria” di Faber, si tratta di un più dimesso andare controvento (come canta in Ci sarà), un atteggiamento emotivo (e al limite sentimentale) prima che politico, un mettere alla prova le corde della sensibilità tenendosi lontano dalle rotte troppo battute. Questa voglia di immergersi fin nel profondo del sentire popolare, posizionando il baricentro espressivo sotto la stratificazione delle culture e perciò disponendosi tanto al confronto con le radici, quanto alla contaminazione “etnica”, si riflette nelle tessiture d’arrangiamento, tendenti a un esotismo composito e raffinato (vengono utilizzati arpa celtica, ocarina messicana, oboe, percussioni e tabla – a queste ultime troviamo addirittura Trilok Gurtu) che paga dazio ad un utilizzo fin troppo pervasivo delle tastiere, nelle quali all’epoca – sulla scorta della pseudo-world messa a punto da Peter Gabriel – si riponeva forse fin troppa fiducia.

Al netto di tutto questo, la felicità delle intuizioni melodiche e l’intensità delle interpretazioni fanno di Lindbergh un’esperienza d’ascolto ancora considerevole, di sicuro uno dei picchi del repertorio di Fossati e tra i momenti più intensi del “pop di qualità” mai prodotto in territorio italiano.

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