Recensioni

Soggetto camaleontico questo Conor O’Brien titolare del progetto Villagers da Dublino. Dopo aver messo a segno un uno-due micidiale con l’esordio chamber pop Becoming A Jackal (2010) e il seguito Awayland (2013), che aggiungeva spezie elettroniche a uno stile altrimenti essenzialmente acustico, Darling Arithmetic (2015) aveva dato un’impronta ben definita. Si trattava di composizioni nette, limpide, ballate sincere, sulle orme dei suoi numi tutelari – Elliott Smith su tutti, ma anche Micah P. Hinson e Conor Oberst. The Art of Pretending To Swim (2018) – poi, dopo aver alimentato paragoni con l’indie d’inizio anni Duemila (The Shins, Girls In Hawaii, Camera Obscura), aggiungeva un gusto electro-intellettuale che sapeva molto di french touch à la Air.
Fever Dreams, il sesto disco del moniker Villagers, fa tesoro di queste esperienze e della maturazione compositiva del suo autore, ma allo stesso tempo lo proietta verso nuovi orizzonti. Manipolato interamente all’alba dei primi lockdown del 2020, il nuovo lavoro palesa un forte desiderio di evasione, da perpetuarsi rigorosamente nella dimensione onirica. È come se il Nostro ci dicesse che, proprio quando tutto il mondo è costretto a stare rinchiuso “nella propria cameretta”, il suo pop “da cameretta” è finalmente pronto a uscire dalle quattro mura. Ma lo fa solo attraverso il comfort dell’immaginazione, il gusto lisergico dei sogni. Non sorprende, dunque, se lo stile di Villagers si tinge tanto dei colori psichedelici dei Tame Impala (The First Day) o dei Temples (Circles in the Firing Line), quanto delle sfumature soffuse di certa electro-wave (John Grant in Momentarily, Moby e Daft Punk in Restless Endeavour).
I sogni febbrili del titolo sono tanto un riferimento all’evasione a cui si accennava sopra, quanto dei veri e propri incubi di modernità. «The United State of demagogic logic awaits» canta in Circles in the Firing Line, accennando alle politiche scellerate del “trumpismo”. Lo stesso brano (uno dei più riusciti) fa venire in mente una strana commistione fra indie rock anni Novanta (Pavement, Graham Coxon) e ambientazioni Tim Burton: «I’m late – I’ve got a date with doom… They’re fucking up my favourite dream», canta nel ritornello, prima di una stramba coda garage rock. In Song In Seven, il cui coretto inquietante ha un che di poliziottesco anni Settanta, O’Brien sembra contemplare il suicidio e assapora per l’ultima volta l’aria fresca della sera «by the warm North Sea». Dei sogni il nuovo lavoro ha pure l’imprevedibilità. Ci si imbatte in episodi pieni di ottimismo come The Frist Day, il cui groove rétro trasuda psych pop in uno scenario da Mago di Oz, ma anche in pièce ambientali come Restless Endeavour, la cui commistione di fughe al piano e sezioni di fiati fa pensare ai pezzi più orchestrali e melodici di Random Access Memories dei Daft Punk.
Gli episodi migliori sono quelli in cui l’approccio leggero degli arrangiamenti nasconde un pessimismo estremamente contemporaneo. Ci riferiamo al groove sinistro di Song In Seven, che, fra spennellate di xilofono e tromba, suona come un concerto di Antony & The Johnsons fra i glitter di un casinò di Las Vegas; e, in particolare, So Simpatico, il non plus ultra del pop da cameretta che si trasforma in pop escapista. O’Brien porta l’intimo lirismo a lui caro verso nuovi orizzonti, fatti di un arrangiamento complesso che rende l’eleganza del jazz abbordabile come un qualsiasi brano pop. Come se non bastasse, però, So Simpatico è un crescendo onirico che tira in ballo i Flaming Lips e si chiude con un outro smooth jazz in cui il sax di Ben Castle ha modo di brillare in mezzo a riflessioni esistenzialiste da novello-Ulisse («The more I know, the more I care»).
L’abilità del songwriting di O’Brien non è mai stata in discussione, nemmeno ai tempi del suo esordio 11 anni fa. Al progetto Villagers, semmai, mancava un vestito adatto che lo liberasse dai paragoni pesanti con Elliott Smith et similia. Questo Fever Dreams sembra rispondere, in maniera allucinogena e stravagante, a questa necessità. Gli arrangiamenti, la produzione e, soprattutto, l’immaginazione creativa non solo sono ben calibrati, ma vengono anche interpretati con eleganza dal progetto dublinese. Se sia un’altra fase transitoria non è dato saperlo, ma Fever Dreams è di certo un grosso passo in avanti.
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