Recensioni

«Meglio morto che all’ipercoop», cantano i Venus in Furs in Vieri, un brano in cui la citazione del famoso giocatore di calcio trova il modo di entrare dalla porta di servizio di un testo felicemente dadaista e immerso nei feedback. La band di Pisa – Claudio Terreni (voce, chitarre), Marco “Zorro” Doni (basso, chitarre, contrabbasso, cori), Giovanni Boschi (batteria, cori) – arriva al secondo disco Carnival con un portato di esperienze importante e la consueta verve scassona. Ma ci arriva anche con una personalità che raramente ci è capitato di incontrare in progetti sul genere.
Trentotto minuti di bastonate rock-punk in bilico tra chitarre urticanti, testi volutamente tagliati con l’accetta e cori ubriachi che sono un coeso passo avanti rispetto a quanto ascoltato nell’album d’esordio Siamo pur sempre animali (e una conferma della direzione intrapresa con il buon EP BRA! – Braccia rubate all’agricoltura): punk rock à la Ramones (Anita così non vale), hard-blues (Ogni maledetta domenica), scarti noise (Dammi tempo) si mescolano a un cantato urlato e meravigliosamente incasinato che parla di vecchi troppo lenti sulla FI-PI-LI o magari di potenziali cervelli in fuga che alla fine rimangono in patria per non finire a pulire un cesso a Londra (Battle). In realtà, l’apparente surrealismo dei testi fa il paio con una musica tutt’altro che prevedibile, ben strutturata, tesissima, ma anche ottusa abbastanza – un po’ come l’espressione degli Stooges sulla copertina del loro disco d’esordio – da prendere come si deve alla pancia.
Bravi, i Venus In Furs, sporchi e cattivi (ma intelligenti) anche quando in chiusura riprendono una Prisencolinensinainciusol di celentaniana memoria e la trasformano in una parentesi psichedelica che forse sarebbe piaciuta anche ai Sons & Daughters. Pisa e circondario si confermano una fucina di talenti poco allineati e immersi fino al collo in una mitologia rockeggiante da manuale (Zen Circus e Criminal Jokers, tra gli altri)
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