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Se potevano immaginare di spingersi più in là di quanto non avessero già fatto, i Vanishing Twin, con Afternoon X, non solo hanno dato concretezza alle loro fantasie esplorative ma pure mollato uno strattone così forte da recidere il cordone che li legava all’astronave madre, e ora si ritrovano a fluttuare per l’universo. Dove andare però lo sanno. Giunti al quarto album in studio, loro, collettivo londinese dalla proverbiale cifra inclusiva e multiculturale capeggiato dall’ex Fanfarlo Cathy Lucas, si sono ormai stabilizzati in trio all’interno del quale oneri e onori spettano democraticamente a tutti. Ecco spiegato l’upgrading della batterista Valentina Magaletti (Holy Tongue, Tomaga, Moin) e del bassista Susumu Mukai (Zongamin) al rango in pratica di co-produttori assieme alla stessa Lucas. Assorbendo i diversi background musicali dei tre membri – il cantautorato sghembo della fondatrice, l’approccio sperimentale alle percussioni della Magaletti e l’esperienza di Mukai nel campo dell’elettronica – la band si ridefinisce, spingendosi al massimo sul piano programmatico e concettuale.
Ovviamente tutto questo si riverbera sulla musica. Non c’è più un elemento che spicca sugli altri, una componente guida, caratteristica, e la già di suo pastosa e sfuggente proposta sonora che ha già dato saggi di meravigliosa stranezza in due lavori come The Age Of Immunology (2019) e Ookii Gekkou (2021) stavolta risulta – se possibile – ancor più indefinita, insoluta, “orizzontale”. È il metodo a essere cambiato. Tra la fine dell’anno scorso e l’inizio di questo, i Nostri hanno allestito una serie di maratone in studio che tra jam, improvvisazioni e “scambi di posto” hanno fruttato ore di materiale su cui la band ha poi lavorato in post-produzione. Già, i tre si sono ceduti a vicenda gli strumenti perché il nuovo statuto che si sono imposti (o che la leader ha generosamente riscritto) prevede che i ruoli non siano più fissi. Tutti fanno tutto. E la post-produzione? All’insegna ovviamente anche quella dell’abbattimento delle gerarchie, della sperimentazione, del maquillage, della decostruzione, della musica concreta, infilando dentro di tutto: minimalismo, kosmische, post punk, psichedelia, dream pop e field recording.
Un flusso indistinto, ipnotico, insistente, di stimoli sonori, inclusi i rumori, un’astrazione eterea, sognante, di qualcosa che un tempo si sarebbe potuto chiamare raccolta di canzoni. Il registrato è diviso in 8 tracce, ognuna con un titolo quasi solo per convenzione, ché se lo ascolti tutto di fila quasi non ti accorgi degli stacchi. Un labirintico percorso tra sinistre nenie a base di scampanellii e filastrocche stranianti (Melty), melodrammi allucinati à la Blonde Redhead di Misery Is a Butterfly (la title-track), danze trip-hop arricchite da elementi tribali (Lotus Eater); ma anche sciamanismi in odore di world fusion sullo stile Dead Can Dance (Marbles), sortite da piccoli chimici condite da esotismi simil samba (Brain Weather) e riverberi tahitiani (Lazy Garden), e palpiti marziali addolciti da sitar e chitarre acustiche (The Down Below).
I Vanishing Twin scelgono di perdersi, sparire, ma evidentemente è tutto calcolato. Magari un giorno si rifaranno vivi loro. No, stavolta le AI non c’entrano niente, non è stato quel bastardo di HAL 9000 a mandarli alla deriva tra le stelle: hanno fatto tutto da soli.
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