Recensioni

Quando un album esce per l’etichetta veneta Dischi Sotterranei si può essere matematicamente certi che conterrà sonorità che provengono dal sottosuolo musicale italiano, sfidando le leggi del mainstream in favore di indipendenza creativa e di un rinnovato senso di comunità. Cose rare, insomma, per i tempi che corrono.
Non fa eccezione neppure la nuova prova discografica dei Vanarin, la terza, intitolata Hazy Days e disponibile dallo scorso 17 gennaio. Ad anticiparla, ben sette singoli (su otto brani totali) che hanno permesso di ascoltare praticamente in divenire tutto il lavoro nel corso dello scorso anno. Nel frattempo, la formazione è stata anche notata dai microfoni di BBC Radio 6, che li ha segnalati tra le novità più interessanti del momento. Un endorsement non da poco, ma che non dovrebbe stupire.
D’altronde, il quartetto formato da David Paysden (voce e synth), Marco Sciacqua (chitarra), Massimo Mantovani (basso) e Marco Brena (sezione ritmica) ha radici albioniche che si riverberano giocoforza nelle sonorità di stampo internazionale. Il loro marchio di fabbrica, infatti, è uno psych-pop tanto ricercato, quanto in egual misura orecchiabile, accattivante e ballabile.
Le stratificazioni elettroniche rimandano alla scuola psichedelica dei Tame Impala ed epigoni, soprattutto negli ultimi due episodi Currents e The Slow Rush, ma per la loro commistione con eleganti sfumature jazz si possono citare i Mildlife, connazionali anche loro di Kevin Parker. Non mancano neppure rimandi beatlesiani nell’attitudine a sperimentare, sempre tenendo saldo l’obiettivo di realizzare perfetti gioielli pop. Insomma, la formazione potrebbe tranquillamente essere scambiata per qualche promettente band d’oltremanica o della scena di Perth. Aggiungeteci che hanno aperto i concerti di pesi massimi come Thurston Moore, Public Image Ltd e Battles e lo spaesamento è completo.
Nonostante i poco più di venti minuti di durata, che in altri casi potrebbero dare la sensazione di un fugace assaggio, i brani stupiscono per la maniacale cura dei particolari e per una ricchezza sonora sempre più rara da trovare. Si passa da episodi più tipicamente neo-soul, come l’apertura Hey Listen e l’incalzante My Circle, per approdare a momenti decisamente più sperimentali (Lost, What We Said) in cui le voci vengono effettate e frammentate, mettendo in rilievo agli ottimi passaggi strumentali. Il tutto, sorretto da bassi pulsanti e da ritmi dal DNA hip-hop che slanciano i brani invitando l’ascoltatore a premere play ancora e ancora.
A livello tematico e testuale, invece, il gruppo dà luce ad un concept album in cui ogni brano rappresenta un’istantanea dell’attuale evoluzione umana, scissa tra momenti di chiarezza e momentanea lucidità e frangenti di pura confusione. Il viaggio introspettivo, attraversato da insicurezze e relazioni finite, giunge al termine con Memories (l’unico vero inedito), un’esortazione a ricercare la propria essenza attraverso il ricordo di chi si è stati.
In estrema sintesi, Hazy Days è una delle uscite indipendenti più interessanti di questo inizio 2025, un’ultima boccata d’aria fresca prima di essere inghiottiti dal vortice mediatico del Festival di Sanremo. Metteteci anche che è una delle release dal respiro più internazionale della label padovana e capirete perché è impossibile non lasciarsi conquistare dai ballabili wall of sound dei Vanarin.
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