Recensioni

Restano sempre (e ancora) difficili da inscatolare, Napo e Rico. Nel CV degli Uochi Toki ultimamente abbiamo registrato: un doppio album sull’incomunicabilità e l’indicibile, con un linguaggio via via sempre più polverizzato e dissertazioni che spaziano dal proprio retaggio rap alle gioie (non)freudiane del sesso anale (Il Limite Valicabile); una serie TV in VR composta da 10 episodi per 100 minuti totali, in cui un enigmatico personaggio solitario si aggira per un mondo post-apocalittico di grafiche videoludiche in 3D, il tutto narrato dalla sepolcrale voce senza tempo di Giovanni Succi; e poi ancora, un fumetto accompagnato da relativa sonorizzazione sotto forma di disco (La Magia Raccontata da una Macchina), in buona sostanza un fantasy cyberpunk di suggestioni alchemiche e cosmogoniche. Ora, con Malæducaty, l’intento è di abbandonare completamente la parte visiva (niente più visuals in sede live) per tornare al rap. O meglio, per tornare a parlare al proprio pubblico, tirargli due schiaffi e polemizzare un po’ su tutto.
Dovrebbe questo essere un disco di dissing, in cui il rap sopravvive sotto forma di zombie non-morto, un Nosferatu putrefatto di suggestioni più vagheggiate che realmente inseguite. Le basi ri Rico sono più concise eppure più urticanti, come carcasse smembrate di beat hip hop riesumate e ulteriormente sfregiate per l’occasione. Questo almeno è quello che recita – in sintesi – il comunicato stampa, che nel caso della coppia in questione va preso seriamente fino a un certo punto. Sembra infatti che in qualche intervista più verosimile abbiano ammesso che l’unico vero intento di questa nuova pubblicazione sia dare risalto ai lavori precedenti, perché «i dischi migliori di un gruppo sono sempre quelli vecchi», e allora facciamoli diventare vecchi. Vabbè.
Sta di fatto che i 17 pezzi in scaletta scorrono veloci e taglienti, senza troppa soluzione di continuità: fluiscono l’uno nell’altro, come si trattasse di un’unica lunga suite. Vogliono farcela passare come rinnovata capacità di sintesi, ma forse la verità è che questo disco potrebbe essere un solo monumentale pezzo in cui il disappunto di Napo va a tirare scappellotti a destra e a manca prendendo di mira un po’ tutti: dai vegani alle femministe, dalla stanca e robotica routine di chi vive di musica a chi rompe il cazzo, in generale. Nel farlo giocherella zuzzurellone incastrandosi in una serie di flow improbabili e pedestri, quasi una parodia di certe ripetitività trappare, infila improbabili anglicismi fuori contesto («mi viene la sadness») e inventa rime veramente spassose (vince la palma l’immediatamente iconica «è un periodo di lotte / mangio molte brioches»). Suona forse un po’ scontato quando motteggia il politically correct a tutti i costi («vegaNO, stammi viciNO»), e in generale le acutissime osservazioni e considerazioni di stampo banalmente quotidiano che rendevano così illuminanti i lavori precedenti non sono poi così frequenti.
Forse alla fine l’intento di partenza è stato raggiunto: perché a fine disco la voglia è più che altro di andarsi a riprendere Libro Audio, Cuore Amore Errore Disintegrazione o Idioti. Quindi bene, bravi, meno male che ci siete ancora, ma si stava meglio quando si stava peggio e alla fine siamo tutti contenti.
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