Recensioni

Il bello di Millelemmi è che pur appartenendo al calderone “hh italiano” da sempre fa una cosa tutta sua. Testi che sanno essere anche molto colti ma senza mai diventare inaccessibili, con un flow particolarissimo – certamente anche a causa delle sue salde radici fiorentine – che stempera la difficoltà di termini aulici e fonemi storpiati per restare a tempo nella metrica con una semplicità a tratti quasi fanciullesca, che può sviare ma nasconde in realtà un MC tecnicamente preparatissimo: basta sentire, senza andare troppo lontano, un pezzo come Cinico Civico, contenuto nell’ultimo Novanta di Go Dugong, o prima ancora Toro nell’esordio Jordan di Capibara. La continua ed esasperata ricerca dell’allitterazione, del numero fonetico, sono indizi (oltre al professato amore per i poeti fiorentini, lo Stilnovo, e via discorrendo) che identificano la prosa – e il flow – di Millelemmi come qualcosa che vuole tendere (e tende) in qualche modo alla letteratura, senza magari arrivare ad un Murubutu ma dando comunque al suo rap un afflato più “alt(r)o”.
Italodelicastrofunk è un disco sicuramente di grande maniera, dove però lo stile non è mai figlio di un furbo paraculismo quanto invece di un sincero amore per la musica che si sta facendo. Come esplicitato dal programmatico titolo della seconda traccia in scaletta, la coordinata di questo nuovo lavoro è uno space-funk vivace e giocherellone, che manda un bacino a George Clinton e al P-Funk, a Bootsy Collins (citato espressamente) e soprattutto all’Herbie Hancock più elettronico (Todo Modo), non disdegnando omaggi anche alla tradizione HH italiana («la voglio come la fattanza e quella era blu») e made in USA (i Beastie Boys). La spensierata goliardia assume ora anche tratti più misticheggianti e sciamanici che danno la mano all’amore per la cacofonia e la filastrocca infantile (Apri la Porta), oppure si spoglia in tenere ballate minimali non troppo riuscite (Come le Orche) o degenera in spezzettamenti tra wonky ed 8-bit (Baddest Funk) o deliri stoned da Albero Azzurro sfondato di THC (Tavor). In chiusura arrivano poi i due apici qualitativi del disco: il lucido cinismo di Inventando e gli spasmi ritmici di C.C.L.A. Divertente e soprattutto sempre molto personale. Mica poco.
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