Recensioni

Tra gli album degli Unsane l’eponimo rimane di gran lunga il mio preferito. Questione di particolari – il suono più sporco e lo-fi, lo spirito punk o i momenti sperimentali e astratti –, ma soprattutto di stile. Lo spaccato che restituisce di un genere possibile – il noise-rock, come siamo soliti battezzarlo oggi – è infatti uno dei più chirurgici, profondi e in un certo senso verticali (per un altro trasversali) di un campo in cui già si erano mossi e si stavano muovendo gruppi come Sonic Youth, Swans, Big Black, Pussy Galore, Helmet, Surgery, Jesus Lizard – tutti in qualche modo tangenti alla furia oltranzista del trio di stanza a New York City.
Anni di avant-rock e di punk atonale, di hardcore e post-hardcore, di bruitisme filoindustrial in formazioni chitarristiche, si ritrovano così dentro un assalto sonoro certo massimalista e sopra le righe ma tutto, tutto tranne che dozzinale. Merito di un trio che per forza di cose (la morte per overdose del batterista Charlie Ondras e più tardi anche l’abbandono del bassista Pete Shore) non sarà più lo stesso, lasciando Chris Spencer a fare lega con altri musicisti – affini al suo terrorismo sonoro ma dalle caratteristiche diverse. Gli Unsane post 1992 suoneranno – almeno per chi scrive – un po’ più “solidi” e meno magmatici.
Le preferenze sono anche un fatto di gusti, si sa. Che ci sia uno scarto però tra quegli Unsane e i successivi lo ha ammesso per primo proprio Chris Spencer quando l’abbiamo intervistato in occasione della ristampa dell’album: «Il primo materiale degli Unsane stilisticamente è molto diverso da quello che abbiamo fatto dopo. Vinnie [Signorelli] è un grande batterista ma ha tutto un altro stile. Quando è entrato nella band dopo la morte di Charlie, io e Pete abbiamo concluso che non avremmo più dovuto fare i vecchi pezzi perché suonavano troppo diversi con Vinnie alla batteria, non erano più le stesse canzoni. A questo punto le abbiamo messe da parte, siamo andati avanti e abbiamo scritto cose nuove con Vinnie.» Così è andata. Gli Unsane esistono ancora come band e lottano insieme a noi, ma quegli Unsane sono rimasti un discorso a parte.
Guai a parlare comunque a Spencer dell’album pubblicato nel ’91 dalla Matador come del “primo”. Lui vi correggerà. È l’eponymous. Il motivo di questa puntualizzazione è Improvised Munitions, ora uscito come Improvised Munitions + Demos ma che fino al 2021 era un disco fantasma, registrato per la Circuit però mai stampato e addirittura andato perduto (l’unica testimonianza era una copia test press ritrovata dopo anni). Per chiunque abbia ascoltato gli Unsane nei ’90 e 2000 l’omonimo insomma era l’inizio, con l’integrazione indispensabile dei brani raccolti in Singles 89-92. E in ogni caso Unsane è l’immagine più compiuta del trio originale.
Abbiamo parlato delle piccole divergenze. Gli elementi di affinità con tutta la successiva produzione tuttavia ci sono e rimarranno. Uno è la classica copertina gore. Eppure si avverte ugualmente uno stacco, tra le cover a loro modo pittoriche di Total Destruction e Scattered, Smothered & Covered e l’istantanea qui, sfocata/sgranata, di un cadavere decapitato sulle rotaie della metropolitana. Non un fantoccio con del pomodoro sul set di qualche horror di serie B, ma un morto vero… Lo scatto è di un amico fotografo di Pete Shore che a quei tempi lavorava per la polizia. Immagine che sciocca due volte, prima di tutto a vederla, e poi a sapere che non c’è niente di finto. È New York signori, New York di fine anni ’80, la metropoli delle mille luci che basta uscire da Manhattan e diventa la terra di nessuno dei guerrieri della notte, della lotta tra gang, della violenza più bieca. La brutalità nauseante di quella fotografia è l’immagine di un sound – l’urlo di Chris Spencer perennemente distorto e affossato nel baccano infernale di tutti gli strumenti – che a sua volta si sintonizza con una vena sotterranea di follia che pulsa nel corpo urbano Big Apple e di cui la foto stessa è emblematica. Un cortocircuito, o meglio un cerchio perfetto.
Quel sound è soprattutto noise, rumore. Tanto rumore. Se per la letteratura modernista una rosa è una rosa è una rosa per gli Unsane il rumore è rumore è rumore e tanti rumori fanno tanto rumore… L’apoteosi in questo senso, Vandal-X, il primo grande pezzo che mostra la furia coordinata degli Unsane al suo momento apicale. Due minuti scarsi di danza convulsa sulla soglia del caos acustico (e diciamo anche psichico e materico). Traduzione: un macello sonoro annichilente che non lascia scampo a niente e a nessuno. Allievi dei Big Black come già si mostravano dal primissimo 45 giri Burn/This Town, gli Unsane qui li superano addirittura per aggressività (il 7 pollici che esce nel 1990 per Sub Pop, tra l’altro, è prodotto proprio da Steve Albini): Charlie Ondras con le sue ritmiche irrefrenabili e sempre molto articolate, e Spencer che spranga la sua chitarra malmenandola con ferocia quasi grind (forse il paragone con il grind è un po’ azzardato ma non è un caso – penso anche a certi rimbombi bassi e all’uso dei pedali della batteria – se il pezzo, l’unico di quei singoli a diventare un brano cardine dell’eponymous, ha riscosso simpatie anche in ambito metal, come dimostra la cover dei death’n’rollers svedesi Entombed).
Il brano di apertura dell’album, Organ Donor, è un altro assalto post-hardcore al limite del collasso cardio-sonico-circolatorio. Le grida distorte di Spencer che si allacciano a folate di chitarra e batteria non si sa se sono di una vittima o di un carnefice, ma è tutto l’apparato sonoro azionato del trio che materializza le peggiori aberrazioni metropolitane: da un lato il solito lavoro parossistico di Charlie Ondras, con rullate che sembrano raffiche di Uzi e un capillare gioco di incastri ritmici, dall’altro gli insani larsen, le dissonanze metalliche, il clang atonale, gli assoli perforanti di Chris Spencer con il basso di Pete Shore a fare da perno della tenaglia.
E poi Cracked Up, canzone (!) fatta anche questa per afferrare l’ascoltatore alla carotide, che alla tempesta percussiva e alle armonie travolgenti aggiunge fantasmagoriche variazioni nella forma di un riff spettacolare degno dei Bitch Magnet che prende possesso del chorus e assoli che trasformano la chitarra in un martello pneumatico – con Spencer che dalla Telecaster trae suoni inauditi ispirandosi ai suoi ascolti di musica industrial. Bath è un altro frastornante pandemonio, solo che invece di martellare e tribaleggiare ancheggia a un ritmo spastico di marca funky-jazz inanellando riff che si dividono tra i Led Zeppelin e i Sonic Youth, dotati per di più di una sorta di esplosiva e perversa orecchiabilità.
E a proposito, proprio passando in rassegna tutti gli altri pezzi e non solo i più stritolanti, si nota una cosa un filo tautologica ma essenziale. Che il noise-rock (anche se per gli Unsane qualcuno parla più di noise-core) non è solo noise, ma rock nel senso pieno del termine. È anche blues, nella lunga Exterminator – proprio il blues sarà il cardine di un disco quale Scattered, Smothered & Covered –, o del blues ha un certo sentore anche dove non lo si aspetterebbe, tipo in HLL. Slag fa pensare addirittura a certe cose che dovevano ancora fare e avrebbero fatto i Girls Against Boys a livello di postpunk+noise+funkytudine. Così come Action Man si diverte (sì, si diverte!) a combinare hardcore, rumorismo e rock and roll e a far salire a galla l’ironia nella pozza di sangue e asfalto bollente che i suoni al limite degli Unsane hanno formato, un pezzo dopo l’altro. Aza 2000 e Cut con una produzione più convenzionale, meno ruvida e rumorosa, sarebbero stati dei bei singoli grunge (certo per renderli a livello fm ci sarebbe voluta un bel po’ di pulizia…). E White Hand propone addirittura scampoli di melodia, incarognita come da manuale Big Black (di cui sembra citare Kerosene) ma pur sempre tale.
Non solo marasma assordante e macello sonoro più bieco; quella che prende forma in dieci pezzi è infatti la visione lucida di un sound capace di adattarsi a qualunque elemento o di deformarlo – spesso, di fare entrambe le cose. A suo modo uno dei tanti dischi esemplari di quel fatidico 1991; album che resta ostico anche oggi ma che per chi ama il rock rumoroso rimane qualcosa di entusiasmante, impareggiabile e degno di uno status di culto.
Rimangono da segnalare almeno il lavoro di remastering per la ristampa su LP del 2022 (prima tappa di un’operazione che riguarderà l’intero catalogo), fatto con lo scopo esplicito di correggere alcune carenze del mixaggio originale, di restituire una certa gamma sulle medie e alte frequenze, e di rendere quindi più completo il sound terrificante di questo LP. La vera novità però è il ritorno di queste canzoni dal vivo nel tour Early Cuts del 2023, con una formazione nuova degli Unsane nata nei mesi del lockdown. Sarà allora la volta buona, forse: quelle premesse memorabili e uniche avranno delle (fin qui) impensabili evoluzioni future, anche se a scoppio ritardato? Lo vedremo.
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