Il rumore e la violenza. Intervista agli Unsane
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Tommaso Iannini
- 7 Ottobre 2022
Chris Spencer, uno dei noisesters americani più feroci e lucidi da anni in circolazione, seduto di fronte al computer di casa sua ha certo tutto un altro eloquio di quando è armato di chitarra e ha di fronte un microfono. Ha un’aria molto tranquilla e friendly, certo lontana dalle esplosioni di furia a cui la voce ultradistorta degli Unsane ci ha abituati così bene. Il suo look basico in compenso è sempre lo stesso: t-shirt, l’inseparabile cappellino da baseball – anche se lo indossa diritto e non rovesciato con la visiera all’indietro come fa spesso sul palco – con l’aggiunta di un paio d’occhiali.
L’occasione della nostra chiacchierata su Zoom è la ristampa di quello che consideravo l’esordio vero degli Unsane, il disco che per lui invece è l’eponymous. Filologicamente parlando, il debutto andrebbe considerato un disco fantasma fino a poco tempo fa, esistito solo come test pressing e mai stampato perché il proprietario della piccola etichetta che lo doveva pubblicare improvvisamente si era dato alla macchia. Lo stesso test pressing, rubato a Chris da un suo coinquilino trent’anni fa, è ricomparso miracolosamente di recente, ed è così che ha potuto vedere la luce Improvised Munitions, pubblicato dalla Lamb Unlimited dello stesso Spencer, il quale ora si è ripreso i diritti sui dischi degli Unsane e li vuole ristampare tutti in ordine cronologico. Parlando con lui finiamo così per fare il pendolo tra il passato e il presente, che oggi si congiungono nella imminente tournée – che ha, per il momento, escluso l’Italia, dove Chris comunque conta di tornare presto a suonare (si parla del prossimo anno) – mentre discutiamo di particolari tecnici, ricordi e progetti imminenti. Ma non spoileriamo oltre e vi lasciamo alle sue parole.
Da quello che ho letto, sembra che la ristampa del vostro disco omonimo sia stata anche un’occasione per aggiustare alcune cose che non vi piacevano del master originale…
È stata senz’altro un’occasione per migliorarlo. Il suono dell’album originale è carente sulle alte e sulle medie frequenze ed è troppo smorzato [muffle-sounding, NdSA], il livello è più basso rispetto ai dischi che abbiamo fatto dopo. Così siamo tornati indietro, ai nastri; avevo conservato tutti i DAT originali e facendo un lavoro molto attento sulle frequenze siamo riusciti a migliorare il suono.
Avete affidato il remaster a un vostro amico e collaboratore di lunga data, Andy Schneider. Ci parli un poco di lui?
Andrew è un genio, fa benissimo il suo lavoro e ha in mente alla perfezione il tipo di sound che vogliamo. Un suono forte, con i livelli al massimo, che risponde bene su tutte le frequenze. Oltretutto è un amico. Ho molta fiducia in Andy, quando lavoriamo insieme so già che l’album finito suonerà alla grande. Se ascolti Visqueen ti rendi conto di quanto è potente quel disco e del gran lavoro che ha fatto.
Riascoltando in questi giorni il vostro LP del 1991 ho pensato alle cose che mi piacciono di più, il suono della chitarra per esempio, la batteria, e il modo in cui suonate compatti portando tutto al limite. Mi chiedevo come tu, Pete Shore e Charlie Ondras abbiate trovato musicalmente questo terreno comune…
Questa è un bella domanda. Io e Pete eravamo amici al college, lui suonava il basso e io gli avevo insegnato dei pezzi che poi aveva provato per conto suo, migliorando parecchio. A quel tempo ci arrangiavamo con una drum machine ma avevamo sentito dire che in uno dei dormitori del campus viveva un ragazzo che aveva una batteria e un sacchettone gigante pieno di marijuana… Non lo conoscevamo di persona, così un bel giorno ci siamo presentati alla sua porta e gli abbiamo detto: «Ehi, sappiamo che suoni la batteria e hai un bel po’ d’erba». E lui ha risposto: «Certo, entrate pure, suoniamo».
È così che abbiamo fatto comunella noi tre. Non avevamo chissà quale progetto se non di passare il tempo a fumare e a suonare insieme. Ma così siamo diventati amici per la pelle, noi tre, e abbiamo passato due-tre anni in giro con un furgone a fare concerti per tutto il paese. Abbiamo fatto un sacco di tour, eravamo superamici, adoravamo suonare e cercavamo di farlo il più possibile. Tutti avevamo degli altri lavori che avremmo potuto fare invece dei musicisti: io studiavo cinema sperando un giorno di diventare direttore della fotografia, e intanto lavoravo in un videonoleggio, Pete aveva fatto la prep school ed era un artista, Charlie studiava storia dell’arte, avevamo tutti questi interessi, se non che a un bel punto abbiamo accantonato le nostre future carriere, siamo saliti sul furgone e siamo andati in giro a suonare per gli States per quei tre anni. Alla base di tutto, comunque, c’era il fatto che eravamo grandi amici.

Da quello che mi racconti posso immaginare quanto sia stato doloroso perdere Charlie così… Tra le altre cose mi piaceva moltissimo il suo stile…
Anche a me, anche se a quel tempo stavamo ancora un po’ imparando, tutti e tre. Stare così tanto in tour suonando ogni sera ci aveva fatti migliorare parecchio, ma eravamo ancora in piena evoluzione.
Un’altra curiosità che ho riguarda la tua voce. Come la adatti alle vostre sonorità? Penso al lavoro in studio per esempio…
Ci sono tecniche diverse. Ad esempio quando registriamo la voce, la facciamo passare da un impianto PA con i volumi al massimo e catturiamo il suono distorto che esce dall’impianto con un microfono, in una stanza a parte. A volte ho usato l’overdrive, come un vecchio pedale RAT. Ci sono diversi modi in cui puoi aggiungere quella punta di distorsione alla voce e non farla suonare sempre uguale. Quello che ho capito da subito è che la voce pulita non mi interessava. Amo invece il suono live della voce distorta, con gli amplificatori al massimo.
Sbaglio o tra le musiche che hanno ispirato il vostro sound c’è l’industrial?
È vero, quando abbiamo iniziato a suonare insieme, io Pete e Charlie, eravamo tutti appassionati di Psychic TV, SPK e del primo noise.
Sai che ho scoperto solo di recente che il corpo decapitato in copertina era un cadavere vero, e che si tratta di una foto scattata su una scena del crimine?
Sì, lo avrai sentito o letto da qualche parte: è il corpo di un uomo che era stato spinto sotto il treno della metropolitana. Pete aveva un amico fotografo che lavorava per la polizia, e ogni tanto gli mostrava delle foto. Lui questa se l’era tenuta da parte, aveva già in mente di usarla e ha insistito nel momento in cui abbiamo dovuto decidere l’artwork per il disco.

Quella foto in copertina vi ha mai dato problemi?
In verità no. Nessuno ci ha mai dato noie. Per noi era solo la rappresentazione di una tragedia urbana, anche per via del giubbotto di una gang che indossava l’uomo. Certo è una scena raccapricciante ma la New York di allora era così, violenta da fare schifo. Era solo un altro sintomo di quella grande malattia che aveva contagiato la città. Come immagine, riassumeva un po’ tutto questo.
Vivi ancora a New York?
No, adesso abito nel nord della California, con vista sulle sequoie…
Prima di ristampare l’album omonimo, hai pubblicato Improvised Munitions, un disco che ha una storia incredibile. Doveva essere il vostro primo album e invece non è mai uscito ed è stato irreperibile per tantissimo tempo. Probabilmente non pensavi che saresti mai riuscito a pubblicarlo…
È stata una grande cosa. Quasi non ci credo che alla fine l’abbiamo pubblicato. Non avevo nemmeno una copia in cassetta e per anni non l’ho potuto nemmeno ascoltare. È stato bello averne ritrovato una copia e con il remastering l’abbiamo anche un po’ migliorato. È un disco un po’ corto per essere un primo LP. Rispetto al nostro eponimo ci sono molte delle stesse canzoni, sono registrazioni differenti ovviamente, ma i pezzi sono quelli, e poi ne abbiamo aggiunto qualcuno. Quando abbiamo pubblicato Unsane avevamo suonato molto di più in giro, avevamo avuto più tempo per sviluppare le nostre idee e sapevamo meglio cosa fare. Prima ci eravamo detti: «Registriamo tutto quello che abbiamo», e avevamo cercato di farlo il più velocemente possibile. Dopo ci eravamo evoluti e avevamo le idee più chiare.
Mi racconti un po’ di come è nata la Lamb Unlimited e dei suoi progetti?
L’etichetta è partita con me e un altro socio, Allen, che aveva lavorato per tre anni alla Alternative Tentacles. L’avevo incontrato una volta a Berlino, e mi aveva proposto di mettere in piedi una casa discografica. A quel tempo stavo con i Cutthroats 9, quindi abbiamo pubblicato il disco [Dissent, del 2014, NdSA], poi Allen ha avuto dei problemi personali ed è praticamente sparito. L’etichetta è stata ferma per qualche anno finché, durante la pandemia, il mio amico e manager, Todd Cote, mi ha parlato del suo progetto di recuperare i diritti di tutto il materiale degli Unsane. Una volta che ci è riuscito, mi ha messo in contatto con un service che si chiama Virtual Label e si occupa di tutti gli aspetti logistici. In pratica, una volta che ho registrato la musica, fatto la copertina e stampato il disco, loro si occupano di tutto, gestiscono il magazzino e tutti gli ordini su Internet.
Io e Todd mandiamo avanti la Lamb Unlimited soprattutto per ristampare i dischi degli Unsane, in ordine cronologico, dal primo all’ultimo, ed è quello che speriamo di fare. Ma non è detto che non pubblicheremo anche altro, visto che le cose stanno andando bene. È una vinyl label, abbiamo il catalogo digitale, ma quello che facciamo è soprattutto pubblicare vinili e ristampare il vecchio materiale ora che abbiamo i dritti. E poi vedremo. Forse si parla anche di qualcosa di nuovo, un boxset magari, visto che tra l’altro gli Unsane ora hanno una nuova line-up. Dave e Vinnie al momento non sono nel gruppo [Dave Curran e Vinnie Signorelli, NdSA]. È successo che durante il lockdown io e due dei miei più cari amici ci siamo messi a suonare il vecchio repertorio degli Unsane; ci trovavamo per provare sei giorni alla settimana, tanto per divertirci e perché non avevamo niente altro da fare.
Ho anche registrato una trentina di pezzi per l’altra mia band, gli Human Impact, io e Jim Coleman abbiamo lavorato parecchio. Quanto a Cooper e John Syverson, sai, era tutto fermo e siccome veniamo tutti da band che di solito vanno in tour, per non stare con le mani in mano ci siamo messi a provare le cose più vecchie degli Unsane, solo per divertirci, per il gusto di suonare. Siamo andati avanti così per qualche mese, poi quando c’è stata la riapertura abbiamo fatto uno show, è andato bene e abbiamo continuato con i concerti. Penso che ne faremo un bel po’ nei prossimi due anni. Il primo materiale degli Unsane stilisticamente è molto diverso da quello che abbiamo fatto dopo.
Vinnie è un grande batterista ma ha tutto un altro stile. Quando è entrato nella band dopo la morte di Charlie, io e Pete siamo giunti alla conclusione che non avremmo più dovuto fare i vecchi pezzi perché suonavano troppo diversi con Vinnie alla batteria, non erano più le stesse canzoni. A questo punto le abbiamo messe da parte, siamo andati avanti e abbiamo scritto cose nuove con Vinnie. John invece se la cava benissimo con il vecchio materiale. E Cooper ha a dir poco un approccio più punk. Questa nuova line-up spacca. Mi diverto tanto a suonare le prime cose degli Unsane con loro. Non pensavo che avrei più suonato quei pezzi, per me è una cosa fantastica.
Quindi in tour portate le vostre prime cose…
Sì, facciamo la vecchie canzoni. La maggior dall’eponimo e da Improvised Munitions, qualcosa dei singoli, uno o due pezzi da Occupational Hazard, un paio da Scattered, Smothered & Covered, forse un brano da Sterilize. Faremo anche altri pezzi ma la maggior parte, soprattutto, sarà del primo repertorio.

Ci sono in programma altre ristampe?
Ora toccherebbe a Singles 89-92. Poi ci sarebbe Total Destruction e ci sarà da discutere, perché lo vorremmo ristampare, ma l’Atlantic è ancora proprietaria. È l’unico disco di cui non siamo riusciti a riprenderci i diritti. I contratti della Atlantic sono subdoli, quando lo abbiamo firmato non ci siamo resi conto che non ci saremmo riappropriati mai più della nostra musica. Però stiamo a vedere, potrebbero anche ammorbidirsi e venirci un po’ incontro se facciamo una piccola tiratura. In ogni caso, le ristampe dei nostri dischi andranno in ordine cronologico, per cui ora è il turno della raccolta di singoli.
A parte l’Atlantic, è stato difficile riprenderti i diritti degli album?
Non ho avuto grosse difficoltà. Alcune label si sono comportate benissimo: la Ipecac, la Amphetamine Reptile, la Matador, direi, e alla fine anche la Relapse. La Atlantic un po’ meno. Con alcune etichette ho fatto tutto io e non c’è stato alcun problema, altre hanno messo in mezzo gli avvocati e allora ho dovuto farmi rappresentare da qualcuno. Non mi piace dover parlare con l’avvocato di qualcun altro, la maggior parte dei contratti che ho firmato o fatto in vita mia li ho conclusi con una stretta di mano, in perfetta buona fede, tra amici. Preferisco sempre lavorare con un’etichetta gestita da amici di cui mi posso fidare. Per quelle con cui devi trattare, è meglio che ci sia qualcun altro a rappresentarti, ed è quello che ha fatto Todd per me. Quando una casa discografica diceva di parlare con il suo avvocato, stava in realtà bluffando perché non aveva più i diritti e lo sapeva, noi non avevamo mai firmato per più di tre o cinque anni. Sapevo di avere ragione ma non avevo voglia di finire in tutte quelle beghe legali. È stato un bene avere Todd che mi è dato una mano e ha risolto tutto.
Ora siete in tour ma non ci sono per il momento date italiane…
Non ancora, penso arriveremo da voi nel 2023. Volevamo suonare in Italia, ma abbiamo avuto tutta una serie di problemi. Non era nostra intenzione escludere il vostro paese e ci dispiace, però vi garantisco che ci vedrete l’anno prossimo, quando faremo ancora molti concerti.
Da quello che ho capito, uscirà anche un nuovo album degli Human Impact…
Sì, stiamo lavorando su nuovo materiale.
