Recensioni
Cinema Massimo di Torino
Lazarus Band vs The Hands of Orlac
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Valerio Veneruso
- 18 Marzo 2024

Fra le varie magie che la musica è in grado di compiere vi è sicuramente la capacità di creare connessioni e rapporti duraturi che vanno al di là di mere esperienze estemporanee. È questo il caso della Lazarus Band, il super progetto collettivo nato nel 2023 per portare nei teatri italiani la versione riadattata da Valter Malosti del musical Lazarus, scritto originariamente da David Bowie ed Enda Walsh.
Una band insolita fatta di amici/alchimisti del suono (già impegnati sia in percorsi individuali sia al fianco di nomi del calibro di Afterhours, Iosonouncane, Zu) che hanno saputo riconoscere e canalizzare le proprie energie per trasformarle in qualcosa di nuovo e inaspettato. Composto da Stefano Pilia, Laura Agnusdei, Ramon Moro, Paolo Spaccamonti, Amedeo Perri, Giacomo Rossetti e Jacopo Battaglia, l’atipico ensemble non ha potuto restare indifferente alla recente proposta avanzata dal Cinema Massimo di Torino. Stiamo parlando del progetto di sonorizzazione dal vivo di The hands of Orlac, pellicola del 1924 diretta dal pioniere del cinema espressionista tedesco Robert Wiene (papà di quell’indimenticabile pietra miliare del 1920 che è Il gabinetto del Dottor Caligari).

Promosso dall’associazione TUM, l’evento andato in scena la sera del 15 marzo ha dato così la possibilità al pubblico in sala non solo di (ri)scoprire la versione restaurata del film di Wiene ma anche di assistere a un’esibizione impeccabile messa a punto da alcuni dei più talentuosi musicisti italiani in circolazione. Un concerto vibrante e ipnotico che ha ben saputo sostenere, se non addirittura accentuare, la tensione proveniente dalle immagini proiettate.
Protagonista della pellicola è per l’appunto Stéphen Orlac, un famoso pianista che dopo un incidente ferroviario si ritrova a dover convivere con delle mani non sue. Appartenuti a un presunto assassino da poco giustiziato, gli arti trapiantati sconvolgeranno la psiche di Orlac gettandolo in una spirale di eventi drammatici e dagli sviluppi inattesi. Seppure non si tratti di una delle opere più influenti e meglio invecchiate del regista slovacco, le sue atmosfere spettrali e allucinate hanno saputo suggestionare così tanto la band da generare un imprevisto viaggio dal sapore onirico.

Ciò a cui si è assistito è stato infatti un momento di sospensione caratterizzato dall’incontro omogeneo fra il suono dilatato di basso (Rossetti), chitarre (Spaccamonti e Pilia) e fiati (Agnusdei e Moro), e l’irruenza delle percussioni di Battaglia e dei synth di Perri. Una discesa sonora negli inferi della disperazione umana che sul finale ha saputo aprirsi lasciando intravedere un barlume di speranza alla fine del tunnel.
A proposito di speranza, è d’obbligo aggiungere che l’impatto culturale di eventi simili è indispensabile per ricordarci che esiste un mondo altro in Italia, una realtà alternativa a Sanremo e ai vari talent di turno in grado di confermare la grande qualità di artisti e artiste che non hanno bisogno di ostentare lussi e popolarità poiché è la maestria a parlare per loro.
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