Recensioni

Topazia, che ha anticipato l’uscita di Olimpo Diverso, ne mostrava il lato cibernetico rivelandone al contempo l’intento artistico: indagare un disallineamento comunicativo che oggi passa, giocoforza, attraverso il digitale. I battiti attutiti, il nevischio elettronico, un’inedita trama sintetica che si riallacciava coerentemente con la proposta del precedente Mondo e Antimondo.
La scrittura di Umberto Maria Giardini è una variabile nota: un rock impressionista, dolente e astratto, che procede per giustapposizioni di immagini e suggestioni, associazioni semantiche e code avvolte in nervosi dormiveglia. La meccanica delle sue ombre risponde a un (post-)rock visionario, i suoi giochi di luce sono sufficientemente ampi da inquadrare l’“insostenibile leggerezza” che il suo autore cerca da sempre di imprimervi, non senza una buona dose di ego.
L’ex Moltheni conosce il mestiere della rockstar autoriale: l’intimismo e la carezza (Vipera blu), il nerbo rock e la sua capacità di porsi come analgesico alla confusione. È poetico, ispirato, aggraziato eppure graffiante, intriso di pathos, con ogni brano costruito per amplificare al massimo testo e interpretazione. Trovarci la magia è da sempre questione di riconoscergli carisma e profondità. Basterà un atto di fede? Credere che quella profondità ci sia. Lecito non trovarcela, del resto, sostituita da un garbato rispetto – lo stesso che si prova davanti alla filigrana 80s di Mega estate, unico episodio strumentale – ma anche da una malcelata irritazione, la stessa che nasce davanti a strofe come «nel tormento del tuo io mi vedo anch’io», oppure «e poi mi vieni a dire che questo amore non è grande come tutto il cielo sopra di noi», o ancora «non ho contanti con me perché non pago più perché lo farai tu».
Accontentarsi della musicalità dei testi significa farsi andar bene una chiave melodica monocromatica caricata del peso di una prosa che non sconvolge, non emoziona, a cui non torni in cerca di significati ulteriori. E qui la band che li avvolge – molto bene, va detto – finisce per assumere, inevitabilmente, il prefisso “backing”. Gli strappi non mancano ma restano episodi isolati: Frustapopolo ha una coda hard-psych pensata per il live, sax compreso; Energia monta un motore grunge il cui residuo fisso è disseminato lungo l’intera tracklist. È però il verbo giardiniano a tenere le fila di una proposta che, di volta in volta, si offre per varianti, svelando nel tempo una propria, costante, autoreferenzialità. Una questione di fede.
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