Recensioni

Nato in Malesia, cresciuto tra Singapore, Taiwan, Cina e USA, e attualmente di stanza fra Shanghai e Taipei, Tzusing è uno dei producer più acclamati nella folta schiera di artisti dell’estremo Oriente. Giunto alla ribalta sul finire degli anni ’10 grazie ad una trilogia di EP e ad un album ormai di culto per la newyorchese L.I.E.S., il Nostro interrompe un periodo di silenzio – in cui ha girato il mondo in veste di dj – con 绿帽 Green Hat, suo secondo album. È un ritorno targato PAN, etichetta su cui Tzusing era già apparso nel 2019 per uno split con M.E.S.H.. Se il passaggio dalla ruvidezza senza fronzoli di casa L.I.E.S. alla corte della ‘conceptronica’ coordinata da Bill Kouligas poteva destare qualche sospetto circa una possibile svolta artsy del Nostro, l’ascolto di 绿帽 Green Hat fa tirare un sospiro di sollievo a tutti coloro che sono rimasti ammaliati dal suo (ormai tipico) sound a base di EBM e industrial techno dall’andamento lento e dai contorni minacciosi.
Non solo la palette sonora di Tzusing è rimasta quella che l’ha consacrato tra fan e addetti ai lavori, ma si è anche proiettata verso altri lidi senza snaturare la sua identità: quella di un suono ipnotico e perturbante, il suono di un rituale oscuro al quale ci abbandoniamo con l’estatica libidine di un’immersione in ritmi e atmosfere claustrofobiche e, nonostante o forse proprio in virtù di ciò, dal fascino irresistibile. La press release ci parla di un album teso ad esplorare e criticare le nozioni stagnanti di mascolinità introiettate nella società cinese e di derivazione americana, con il cappello verde del titolo (e della foto di copertina) che allude ad un’antica storia cinese nella quale esso stava a simboleggiare l’infedeltà coniugale. A conti fatti, nonostante questa cornice narrativa – e fatta eccezione per la traccia di apertura, sorta di text-to-speech di radioheadiana memoria – questa impalcatura concettuale rimane (oseremmo dire fortunatamente) in secondo piano rispetto alla pura e diretta efficacia sonora di questo album, il più lungo (dodici tracce) e stilisticamente variegato lavoro pubblicato ad oggi da Tzusing.
La parola d’ordine è “paranoia”, sensazione che viene declinata in varie sfumature di grigi – leggasi variazioni sulla miscela vincente della casa: la cassa dritta a velocità medio-bassa tipica dell’EBM, mista alle texture ruvide e allo stesso tempo digitalmente levigate di una cyber-industrial e ad accelerazioni schiettamente techno. Su questa ricetta 绿帽 Green Hat innesta massicce percussioni sincopate e tribaleggianti che a tratti traghettano l’album verso i territori di quella che da qualche tempo a questa parte viene chiamata hard drum. Difatti, brani come 偶像包袱 (Idol Baggage), Muscular Theology e Balkanize ci mostrano uno Tzusing tendente più ai tribalismi di TSVI e DJ Plead, che non agli intellettualismi di Kouligas & Co. (la prima, in particolare, è una delle migliori tracce del lotto, con ritmi e timbri dal sentore, autentico o meno, di folklore cinese, e i campionamenti di risate isteriche che aumentano il quoziente psicotico del brano). Ma non c’è solo l’hard drum per sporgersi al di là del proprio recinto, e così troviamo la SVBKVLTiana Exascale a sfondare il muro dei 160 bpm, l’interludio 戴綠帽 (Wear Green Hat) con le sue rullate dall’aura rituale, o la conclusiva Residual Stress, ideale ponte tra il sound di Tzusing e l’humus techno del giro Possession.
La lunga attesa è stata ripagata: 绿帽 Green Hat colpisce nel segno e conferma la maestria di Tzusing nel coltivare un’identità stilistica e timbrica che rimane coerente con sé stessa ma propensa a commistioni che ne mettano in luce sfaccettature latenti. Il tempo ci dirà se anche questo album diventerà un cult come il suo predecessore; per ora, godiamoci l’ascolto e lasciamoci trasportare in questo immaginario dancefloor sotterraneo dove paranoia e piacere sono sinonimi.
Amazon
