Recensioni

In un certo senso l’abbiamo scampata. Twisters, seguito del quasi omonimo disaster movie sui tornado uscito al cinema nel 1996, ci risparmia se non altro la retorica moralizzante sul cambiamento climatico. Twister 2, produzione congiunta della trinità Amblin-Universal-Warner Bros. che pure, per tema trattato, si sarebbe prestata, è semplicemente un prodotto ben confezionato, un film catastrofico senza troppe pretese e se vogliamo anche “rinfrescante” in questi giorni di canicola stagionale. Insomma, non sarà Via col vento (anche se con tornado e via col vento la battuta viene facile) ma in definitiva la visione è godibile, fermi restando i suoi evidenti limiti.

A dirigerla è un semisconosciuto regista di origini sudcoreane, Lee Isaac Chung, che ha raggiunto il successo nel 2020 con Minari, film di ispirazione autobiografica come in un certo senso anche questa sua quinta pellicola, dal momento che è ambientata nell’Oklahoma rurale e lui in una fattoria (dell’Arkansas) ci è cresciuto.

Oggi si chiamano sequel stand-alone, ossia quei capitoli numero 2, o comunque quei seguiti, che non hanno agganci con la pellicola originale, indipendenti nella storia e nei personaggi. In effetti non potrebbe essere altrimenti dato che da Twister (al singolare, qui invece i tornado sono più d’uno) sono passati quasi trent’anni, un’era geologica in fatto di effetti speciali ma anche di schemi narrativi. Che poi, onestamente, neanche il film di Jan de Bont era un capolavoro, dunque di buono c’è che non sarete costretti a (ri)vederlo se vorrete calarvi in questa nuova avventura.

Un’avventura che, oltre ovviamente al tema uomo vs natura, butta comunque sul piatto spunti interessanti e attuali come quelli della scienza al servizio della collettività, della capacità di resilienza umana, ma anche quello della speculazione di certe compagnie americane realmente esistenti che, approfittando della disperazione delle popolazioni colpite da cataclismi, fanno affari d’oro sui terreni spillati alla gente rimasta senza più nulla. Non solo. A un certo punto sembra si accenni anche al parallelo tra scienza e religione, meritevole di approfondimento in altre sedi ma che qui, a essere onesti, lo scrivente ha colto solo di sfuggita poiché con dialoghi così piatti il rischio abbiocco è dietro l’angolo, a meno che non andiate al cinema con qualcuno pronto a ridestarvi in tempo.

Dialoghi piatti ma anche personaggi monodimensionali e stereotipati come spesso accade in produzioni del genere (ma negli anni ’70, l’epoca d’oro dei distaster movie, non era così), e questo a dispetto della bravura degli attori protagonisti tra cui spicca la britannica Daisy Edgar-Jones (Normal people, In nome del cielo) che interpreta la metereologa Kate Carter. Per il resto la semplicistica e infantile sceneggiatura (e qui si poteva fare decisamente di meglio) prevede il domatore di tornado guascone e in cerca di emozioni forti che posta le sue imprese su YouTube, l’amico ed ex collega della scienziata che si è venduto al mercato privato dei radar mobili per scopi militari e il reporter impacciato al seguito degli storm chaser per realizzare un servizio televisivo. Tutti personaggi destinati alla redenzione, ovviamente, perché il lieto fine è sempre d’uopo in questi casi e i cattivi hanno da diventare buoni.

Alla fine a spiccare è insospettabilmente la colonna sonora a tinte country/folk che attinge a interpreti moderni del genere (Luke Combs, Miranda Lambert e Bailey Zimmerman, tra gli altri). Del resto per ammiccare alle nuove generazioni il vecchio va reinterpretato alla luce del nuovo. Si spiegano così anche le citazioni a pellicole d’antan come Il mago di Oz e quelle sui mostri Universal degli anni ’30 (la scena finale, al culmine dell’escalation, si svolge in una sala cinematografica che viene divelta dalla tromba d’aria). Come a dire: il passato è ri-tornado.

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