Recensioni

Marnero, Majakovich, Chambers, Avvolte, Titor , Nient’Altro Che Macerie e altre ancora sono alcune delle più vive realtà musicali italiane. Accomunate dal suono aggressivo e dal cantato spesso in italiano, dal vivere in quella zona borderline in cui musica e impegno, diy e passione ideologica si mischiano cancellando i confini. Inoltre, quasi tutti i partecipanti a questo tributo all’epoca in cui i Fluxus – storica band torinese d’inizi ’90 – incendiavano palchi e scuotevano coscienze unendo cantato in italiano e sonorità urgenti figlie di rock duro, punk-hc e noise vibrante, non erano che in età puberale o poco più. È così benvenuta l’operazione congiunta di V4V e Mag-Music che “riesuma” la band di Franz Goria, Luca Pastore e Roberto Rabellino, perni intorno a cui ruotò una formazione inquieta e in continua evoluzione: una delle più incisive – e “commercialmente” sfortunate, bisogna dirlo – formazioni di “rock italiano” mai apparse sulla scena dei 90s. Musica durissima, che spesso sfruttava l’irruenza del punk mettendola al servizio di un noise-rock fatto di stratificazioni strumentali e crescendo circolari dall’impatto devastante, visto che si univa a testi fortemente ideologizzati che probabilmente, anche nel decennio del presunto “impegno”, furono il reale discrimine per quel mancato riconoscimento. Relegando i Fluxus – decisi già dalla scelta del nome a porre un limite di fronte all’ascoltatore e a richiedergli attenzione e assunzione di responsabilità – al tanto spesso utilizzato, ma altrettanto abusato, ruolo di band di culto.
E la dimostrazione di quanto lo fossero sta proprio nell’impegno, insieme al rispetto e all’abnegazione, al timore reverenziale e all’ammirazione, con cui i “giovani” musicisti trattano i “vecchi”, tentando di mostrare, ognuno con le proprie caratteristiche, tendenze e peculiarità, l’attualità di quelle intuizioni. Non che ve ne sia bisogno, visto il portato dei testi e l’incisività delle musiche, ma il senso del tutto sta proprio nel risvegliare quella materia Nel rimetterla in circolo. Nel reinserirla in quel circuito dov’era nata e in cui tentava di essere elemento destabilizzante, fuori fase, “asincronia inceppatoria”. Riuscendovi in pieno, tanto per essere chiari.
Non ce ne vogliano i partecipanti, ma per chi quei dischi li ha consumati e considera Vita In Un Pacifico Nuovo Mondo uno dei vertici di un certo tipo di “musiche pesanti in italiano”, mai e poi mai si riuscirà a ricreare quella tensione nervosa; roba di pancia e di testa all’unisono, figlia di tempi ormai andati. Nonostante queste remore iper-personalistiche, ci sarebbe Tanto Da Rifare di questi tempi: il qui presente omaggio, di sicuro, va benissimo così com’è.
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