Recensioni

Sono passati dieci anni. Quella Bizness urlata a piena voce da una Merrill Garbus pronta a districarsi tra ukulele e pedali ha fatto conoscere a molti il lato selvaggio, poliritmico e viscerale dei Tune Yards. Dopo un decennio ecco il risultato di un lento ma inesorabile processo di accentramento: meno colori, più chiaroscuri. Da Bird-Brains a I Can Feel You Creep Into My Private Life, passando per le altre tappe di un percorso piuttosto prolifico, è palpabile un self control che ha preso il sopravvento. A tal punto da inserire in sketchy persino due brani che declinano il tema del silenzio.
In Silence pt. 1 (when we say “we”) il solito sciabordare di voci è sorretto da un pianoforte sgangherato, il solito basso granitico di Nate Brenner e un ritornello che si stende su scansioni vocali larghe. La successiva Silence pt. 2 (who is “we”?), oltre a presentare un titolo che ribalta quello della prima parte, è pura assenza di suono. Cosa vuole dirci Garbus? Beh, è presto detto nel primo singolo estratto dall’album. Hold Yourself è un reminder più che un consiglio, un refrain che ripercorre con semplicità disarmante queste due parole e le accosta ogni volta a un soggetto diverso: io, tu, noi. Ad assalire la protagonista le ansie del quotidiano e la rabbia verso quello che le vecchie generazioni ci hanno lasciato in eredità e ciò che noi stiamo lasciando a quelle future. Il sax impazzito nella coda finale aggiunge una dimensione caotica che ben descrive il flusso di pensieri di Garbus.
Tanta ispirazione e attenzione nei particolari rendono sketchy un album godibile che intrattiene l’ascoltatore ma allo stesso tempo gli impone di fare attenzione alle parole. Prendiamo le ripetizioni in stile Talking Heads di Nowhere, Man («People wanna hear you sing», «Nowhere to run, nowhere to hide») o quelle del ritornello a spirale di Hypnotized; un fluire impossibile da fermare che si inerpica sui giochi ritmici e riflessi di suoni che piovono tutti assieme alla voce ferma e versatile di Garbus, che col tempo ha imparato a controllare le sfumature, calibrare l’intensità.
Non è una questione di maturità. Queste canzoni sono semplicemente l’applicazione di un concetto, l’incarnazione di un’idea che nei contrasti tra la violenta Under Your Lip e la vellutata My Neighbor emerge in tutta la sua prepotenza. Ai Tune Yards il merito di rivoltare ancora una volta il pop come un calzino davanti ai nostri occhi e le nostre orecchie.
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