Fun­-Loving Tune­-Yards. Intervista a Merrill Garbus

Colori che si mescolano a tonalità africane per generare buonumore. Questa potrebbe essere una definizione della musica di Merrill Garbus in arte Tune-Yards in arrivo, in Italia, tra l’8 e il 9 novembre, per due date live al Locomotiv Club e al Teatro Quirinetta. La sua è musica positiva e luminosa. Lo è prima di tutto, anche quando i temi trattati sono più personali e meno ridenti. Lei ne parla come di necessario bilanciamento, come bilanciati a suo avviso sono gli aspetti pop mainstream, jazz e africani della sua inimitabile formula. Tune-Yards, del resto, vuol dire California come Africa ma, soprattutto, curiosità per le musiche e le tradizioni del mondo. Ad Haiti, ad esempio, sono scoccate alcune scintille per il suo ultimo album, Nikki Nack, pubblicato a maggio di quest’anno, mentre nel suo “ufficio musicale” si sono poi sviluppate concretamente le tracce del disco. Secondo lei, far musica non è una pratica divina, ma il frutto di esercizio e pratica quotidiani. Soprattutto ci vuole curiosità e buonumore.

Te lo dico sinceramente, quando sento la tua musica mi sento felice. Se il tuo lavoro esprime la tua personalità, direi che sei una persona a cui piace divertirsi…

Penso di essere una persona a cui piace divertirsi (ride, ndSA). Faccio molto affidamento sulla musica e cerco di vivere la vita appieno. Anzi, ti dirò, è anche una cosa molto italiana quella di godersi la vita al 100% no?

…beh in un certo senso, sì. Come penso anche che vivacità e colore nella musica di Tune-Yards siano i protagonisti. Stai cercando di illuminare il mondo, in qualche maniera?

Sono sempre stata attratta dai colori luminosi, sono quelli che mi interessano di più, sopratutto le tonalità luminose della musica. Viene prodotta così tanta musica oscura. Da parte mia certe volte cerco di accendere e colorare il più possibile le cose. Ed è anche una strategia per bilanciare certe oscurità che esploro in alcuni testi.

Mi incuriosisce da sempre l’uso che fai dell’ukulele nella tua musica. Da quanto tempo lo suoni e perché hai scelto proprio questo strumento?

Penso di averlo iniziato a suonare nel 2004, 10 anni fa, quando facevo spettacoli con i pupi, i teatrini con le marionette. Usavo l’ukulele anche per scrivere canzoni un po’ spaventose per i bambini (ride, ndSA). E’ un esempio di come l’ukulele possa essere affascinante e divertente, ma allo stesso modo possa anche venire impiegato per scrivere favole inquietanti, come quelle dei fratelli Grimm, ad esempio. E’ stato interessante usarlo in questo senso, in modo opposto rispetto a quello che si potrebbe aspettare una persona.

Parlare di colore e vivacità negli arrangiamenti porta necessariamente a un altro tema che è quello della vitalità che si respira nella tua musica…

Mi sento così stanca in questo momento che è difficile ricordarmi di quella vitalità (ride, ndSA). Pensa che finito l’ultimo tour ero davvero sfinita. Ho dovuto recuperare molte ore di sonno, mangiare bene e in sostanza rimettermi in salute dopo tanti mesi passati a suonare in giro. Penso che la California sia davvero rigenerante, in questo senso. Ma per rispondere alla tua domanda, penso che l’energia che ho venga dalla curiosità che provo per il mondo. Ultimamente sono andata a studiare la musica antica di Haiti. E di fatto essere curiosi nei confronti del mondo può fornire un’ispirazione senza limiti. Fino a quando sarò curiosa di nuove cose e nuove musiche, beh, andrà tutto bene penso (ride, ndSA).

Dunque sei andata ad Haiti per cercare nuovi stimoli per la scrittura di “Nikki Nack”…

Non vorrei che passasse troppo l’influenza di questa musica. Diciamo che sono andata ad Haiti con il mio insegnate di batteria per imparare di più su quella musica, ma anche sulla danza, il voodoo, la religione e la cultura del posto.

Dal suono lo-fi di BiRd-BrAiNs alla produzione di Nikki Nack di strada ne hai fatta. Ci puoi dire qualcosa di più sul tuo processo creativo?

Certamente. Solitamente quando si inizia un album si ha un’idea di quel che si vuol fare. Questa volta per me è stata una tabula rasa. Mi sono messa lì, nel mio ufficio musicale, ed ho provato tutti i giorni, sperimentando, suonando, come se fosse un lavoro. Molti pensano che fare musica sia un evento mistico o misterioso. Certo l’ispirazione viene, ti arriva, ma è anche vero che il processo del fare musica è molto più legato alla pratica. Ho passato molto tempo ad allenarmi su questo aspetto. Mi sono preparata molto così da non trovarmi alla scrivania senza niente da fare, a guardare il computer. Passo molto tempo a camminare, senza forzare le idee. Ma quando vengono sono pronta per metterle in pratica. Scrivere è un processo difficile perchè hai questa pressione della gente su di te. Se non fai un album saranno arrabbiati con te. Se non fai dischi e non fai soldi, saranno ancora più furiosi. La pressione è molto alta. E quindi mettici che, nel processo, c’è anche il tempo che devi dedicare ad ignorare questa pressione.

Dietro Nikki Nack c’è la collaborazione con il bassista Nate brenner. Come vi siete conosciuti?

Ci siamo incontrati molto tempo fa ad un camping per bambini dove entrambi insegnavamo. Lui insegnava jazz ed io tenevo un corso per burattinai (trad. da puppetry).

Atro tema importante  per Tune-Yards è l’Africa. Quando è nata la passione per la musica del Continente Nero?

Mi interesso all’Africa da quando avevo 10 anni. A quell’età ero veramente dentro quei suoni. Mio zio aveva vissuto lì per un anno in quel periodo e tornando a casa aveva portato della musica, in particolare quella del Sud del Continente. In un certo senso l’Africa mi ha fatto aprire gli occhi su un mondo che prima non pensavo esistesse. Mi sono innamorata di quei suoni da allora. Più tardi, all’Università, ho studiato lo swahili, ho viaggiato in Kenya, dove ho anche conseguito un master e, nel frattempo, sono entrata in contatto – e ho appreso – la musica di differenti parti dell’Africa come lo Zimbabwe, la Nigeria, apprendendo anche numerosi stili dell’Est Africa. Diciamo che la mia musica risente sia dell’influenza delle popstar occidentali e dei jazzisti che ho amato, come Michael Jackson, Cindy Lauper, John Coltrane, Miles Davis, Nina Simone, sia dell’influenza che la musica africana ha esercitato su di me lungo tutti questi anni.

Hai anche una voce che posso ricondurre a una tradizione soul…

La maggior parte dei cantanti impiega moltissimo tempo a formare un proprio stile vocale. Quando ero una teenager la mia voce era più alta e meno potente. E’ soltanto negli anni seguenti che ho scoperto le sue diverse potenzialità. Mi ha aiutato il teatro, un ambiente dove ho scoperto quante possibilità di tono e altezza la mia voce potesse avere. E’ comunque una domanda interessante, che mi viene fatta di frequente. E comprendo la sua importanza. E’ vero, ci alleniamo a cantare le canzoni che abbiamo sentito, ma poi entrano in gioco altre influenze, che sono molteplici. Per me rientra l’Africa di cui parlavamo prima, ma anche le inflessioni del canto, le tonalità che può avere, le cose che canticchi sotto la doccia o mentre guidi (ride, ndSA). A dire il vero, canto sempre pop song mentre  sono sotto la doccia o guido (ride, ndSA).

I tuoi video musicali vengono dalla tua immaginazione? Mi viene in mente quello di Real Thing, che è frutto di un’idea bizzarra e originale. Immaginavi quel video quando scrivevi la canzone?

Il tema mi interessa molto. Certi video come, ad esempio, Water Fountain, ecco lì sapevo quello che volevo. Avevo in mente proprio quel programma per bambini. Generalmente i video seguono le idee suggerite dalle canzoni. Poi, a dirla tutta, i videoclip musicali mi hanno sempre un po’ disturbata perchè penso che la gente debba creare una propria immagine attorno alla canzone. Però, allo stesso tempo, come negare che i clip sono un importante strumento di marketing?. Mi piace che nei video ci sia divertimento. Che siano giocosi. Di solito è il regista che ha le idee per le immagini. Ed è importante per un musicista collaborare con altri artisti, ecco perché la maggior parte dei video sono collaborazioni tra me e il regista.

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