Recensioni

Dici Tv On the Radio ed evochi, facilmente, una delle entità musicali più sorprendenti ed importanti degli ultimi vent’anni: non è certo un mistero quanto i loro cinque album, disseminati in dieci anni di attività effettiva (dal 2004 al 2014, tour esclusi), abbiano alzato l’asticella e fissato un paradigma tanto personale quanto arduo da eguagliare od emulare, in termini di avventurosità, ricerca ed immediatezza. Ed è sempre bene ricordarcene, dacché la loro prolungata assenza dalle scene aveva rischiato di relegarli nella nostra memoria a fantasmi di quegli anni Zero che li avevano visti irrompere insieme a Yeah Yeah Yeahs, Strokes e Interpol, segnando un inizio millennio a cui oggi guardiamo con incredula nostalgia (sì, è davvero passato così tanto tempo – e sì, le cose sono andate davvero così).
Detto ciò, e con un ritorno sulle scene del collettivo newyorkese in corso (soltanto dal vivo e senza Dave Sitek, ma un seguito a Seeds, ormai vecchio di undici anni, dovrebbe essere in lavorazione con tutti i membri al loro posto), questo debutto solista di Tunde Adebimpe, Thee Black Boltz, arriva tanto inatteso quanto puntuale ad assolvere al duplice compito di rinverdire i fasti della band madre e di rilanciare con un progetto estremamente solido.
Cinquant’anni, una carriera eclettica e geniale alle spalle – da animatore dell’indimenticato show di MTV Celebrity Death Match ad attore (tanto in pellicole cult come Rachel sta per sposarsi di Jonathan Demme quanto in Spiderman: Homecoming) – il vocalist principale dei TVOTR esce dalla zona di conforto del lavoro in team, distillando tutte le sue influenze e la sua sensibilità lirica ed artistica in una raccolta di canzoni che suonano al contempo come una continuazione e un nuovo inizio. Il risultato non è, nel feeling, poi così lontano dai dischi con la band ma qui troviamo una ricerca stilistica, una varietà e uno stile di produzione indubbiamente freschi, con il producer Wilder Zoby a curare i suoni al posto di Sitek (e a suonare e programmare un bel po’ di roba) e la sua voce (e che voce) a dominare e caratterizzare con le sue particolarissime coloriture ogni brano, senza l’apporto usuale di Kyp Malone a fare da contraltare (in un paio di episodi c’è però il polistrumentista Jaleel Bunton).
Fatti i dovuti distinguo, questi dieci brani camminano benissimo sulle proprie gambe, in equilibrio tra immediatezza, lirismo e un enciclopedismo mai fine a se stesso; si passa con scioltezza dal synthpop 80s di marca New Order dell’irresistibile Somebody New al peana acustico ILY (struggente dedica alla sorella scomparsa in odore di National), dalle implosioni wave di Ate The Moon (quasi una outtake del Peter Gabriel della tetralogia) alla spettacolare trasfigurazione Beach Boys (con dentro assolo alla Adrian Belew preso da un disco berlinese di Bowie) di Pinstack; ma a parte il ping pong dei riferimenti, a tenere tutto insieme è la credibilità autoriale e interpretativa del signor Babatunde Omoroga Adebimpe, una delle voci più caratteristiche, caratterizzanti e tout court belle in circolazione, ricolma com’è di venature soul e black che possono cantare proprio di tutto, dalle malinconie post-Radiohead di Drop al reggae guidato dalla Casio di scuola Gorillaz di The Most, in una raccolta che nella sua totalità rappresenta lo stato dell’arte del pop (indie: siamo d’altronde in casa SubPop) postmoderno.
Se quella che viviamo è un’era di tenerezza e rabbia (“age of tenderness and rage”, come asserisce l’instant classic Magnetic, bomba synth-punk-pop tutta da ballare/pogare secondo la migliore lezione LCD Soundsystem), Thee Black Boltz è il disco perfetto per danzare sull’apocalisse quotidiana e distopica che viviamo ogni giorno. O, se preferite, uno dei migliori dischi dell’anno in corso.
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