Recensioni

8.5

Un giorno del 1993 (o del 1991, le fonti divergono), mentre ciondola tra le vie di un quartiere di Bristol alla ricerca di ispirazione, di droga o di entrambe, Adrian Nicholas Thews nota una ragazzina appoggiata a un muro che canta tra sé e sé. Le si avvicina, si presenta, le dice che ha una bella voce, le racconta chi è. Mi chiamano Tricky, lo conosci il Wild Bunch? Hai mai sentito Blue Lines dei Massive Attack? Io sono quello che rappa in quel disco.

La ragazza, che si chiama Martina, non ha la più pallida idea di chi o cosa siano il Wild Bunch e i Massive Attack, e comunque il tipo non è che abbia proprio un’aria raccomandabile. Ma i colpi di fulmine sono così, inspiegabili. Qualche giorno più tardi, dopo aver terminato vittoriosamente gli esami, insieme a degli amici e inebriata dal sidro si presenta a casa di quel tricky kid. Lui non c’è, ma dal balcone si affaccia un tizio un po’ più grande – è Mark Stewart – che dice di entrare dalla finestra. Ed è così che inizia.

Non so quanto la storia sia vera o apocrifa, ma mi è sempre piaciuta. È cinematografica, e racconta di un mondo diverso e lontanissimo in cui cose come questa potevano accadere nelle vie di una città e non su uno schermo. Eppure chi poteva immaginare nel 1995 che decenni dopo si sarebbe potuto fare del nostalgico romanticismo su un personaggio come Tricky e su un disco come Maxinquaye?

I tempi cambiano, l’inferno che allora era dietro l’angolo è dove abbiamo preso residenza stabile ormai da un decennio, quelle geniali e selvatiche intuizioni sonore sono diventate moneta corrente sempre più inflazionata per poi andare fuori corso. Qualunque sia la ragione, è sorprendente come oggi quel monolite del trip-hop bristoliano (della cui sacra trilogia fondante fa parte, insieme al citato Blue Lines – a meno che non si preferisca Protection – dei Massive Attack e a Dummy dei Portishead) risulti all’ascolto molto meno impenetrabile e fosco di quanto apparisse all’epoca. Persino pop, in alcune parti. E, per l’appunto, addirittura romantico, al di sotto della patina di claustrofobia, paranoia e distanziamento emotivo dei testi. O forse è semplicemente quello che vogliamo leggervi dentro, oggi.

Ma torniamo alla ragazzina e al ventitreenne (o venticinquenne), già transitato nel più famoso sound system di Bristol, il Wild Bunch appunto, nei Massive Attack come ospite e anche nelle galere di Sua Maestà a causa di furtarelli, piccolo spaccio, truffe e insomma le solite cazzate che poteva fare uno cresciuto più o meno allo stato brado per le strade di Knowle West, il sobborgo fatiscente celebrato poi nel titolo di un disco del 2008 (Knowle West Boy).

Se Tricky non avesse mai conosciuto Martina Topley-Bird, Maxinquaye sarebbe mai stato possibile? O almeno, quel Maxinquaye? Difficile dirlo. Musicalmente forse sì. Quello che è certo è che senza la voce della ex studentessa del Clifton College appassionata di soul e opera il disco probabilmente sarebbe rimasto il soliloquio di un’anima chiusa a doppia mandata in una corazza inespugnabile. È invece il contrasto tra il brontolare e il ruminare torvo di lui e la sensuale, elegante armoniosità di lei, venata inevitabilmente di ingenuità (ricordiamoci l’età), ad aprire spiragli di luce e aria, a tenere le cose in movimento come in un dialogo che si dispiega lento e torbido attraverso le canzoni.

Come in certe foto cross-dressed del periodo, i due si scambiavano anche i ruoli. Non erano tempi in cui si parlava ancora diffusamente di fluidità gender, ma è quello che accade in Maxinquaye, oscillando tra giochi di ruolo psicologici e crudezza sessuale senza mezzi termini (sentire Martina Topley-Bird cantare nella splendida, seducente, super smooth Abbaon Fat Tracks una frase come “I fuck you in the ass just for a laugh” fa sempre un certo effetto). La voce di lei è come un pensiero che risuona nella mente di lui, e viceversa. Due tonalità opposte che coabitano nello stesso spazio sonoro e emotivo, una tensione costantemente irrisolta che in parte riflette involontariamente e in parte mette in scena lo squilibrio – anche di potere – tra le due personalità.

Nella sua recensione in tempo reale sull’NME, il compianto Dele Fadele scriveva che l’album “è allo stesso tempo una celebrazione dell’androginia e un esempio, proiettato verso il futuro, caldo e freddo insieme, di ciò che può accadere quando la tecnologia viene spinta agli estremi. Ti senti così disorientato da dimenticare te stesso e perdere beatamente la testa”. Dimenticare se stessi, perdere beatamente (?) la testa. Sì, era così che ci si sentiva mettendo su Maxinquaye di Tricky. E forse anche un po’ impauriti, perché oltre che un labirinto quel disco è anche uno specchio. Deformato, ma pur sempre uno specchio.

Deformare, appunto. E rallentare. I due precetti chiave della pratica dub, che Tricky esaspera e porta a un livello ulteriore, creando un flusso sonoro imperfetto e sporcato da interferenze, cigolii, stridori che danno una tridimensionalità inquietante e spettrale ai brani. Se avessi guadagnato un euro per ogni volta che ho letto aggettivi come “sporco” o “fangoso” riferiti a Maxinquaye potrei finanziare a Tricky il suo prossimo disco, ma è esattamente così che suona. Un blues cubista e post-apocalittico (altra definizione abusata, ma resistere ai cliché è arduo), fatto di frequenze che si sovrappongono, di riverberi compressi, di silenzi e spazi vuoti all’interno di un mix al contrario densissimo.

La tecnologia “spinta agli estremi” di cui parlava Fadele è in realtà una tecnologia povera e da rigattiere, l’incubo di qualunque seguace dell’hi-fi, che espone la fragilità e l’errore invece che dissimularli. E qui, naturalmente, si arriva a uno degli elementi centrali in qualunque analisi del disco: la pratica del sampling, qui utilizzata con un virtuosismo e una spericolatezza che nessuno, nonostante i quindici anni di hip hop e taglia-e-cuci che avevano preceduto Maxinquaye, aveva mai messo in campo. Ci sono racconti molto divertenti su come Tricky abbia letteralmente fatto impazzire il povero Mark Saunders, co-produttore dell’album, obbligandolo a mescolare campioni di brani completamente diversi per pitch e tempi, mandando al ralenty i beat di uno per accordarlo con quelli dell’altro. Rallentare e deformare, come si diceva prima.

I sample che si susseguono nei brani sembrano davvero nati dalla mente dell’autore, quasi tutti irriconoscibili al primo (o anche al centesimo) ascolto. Dai più celebri come Ike’s Rap di Isaac Hayes in Hell Is Round the Corner (in cui vengono campionati anche gli amici Massive Attack), That’s the Way Love Is di Marvin Gaye e How Can I Be Sure nella versione di Dusty Springfield (canzone che adoro, e che ci ho messo anni per riconoscere) in Aftermath, il primo pezzo al quale lavorarono insieme Tricky e Martina Topley-Bird a venire pubblicato. Ci sono poi gli Smashing Pumpkins di Suffer in …Pumpkin (nella quale Alison Goldfrapp si sostituisce alla Topley-Bird), per arrivare a raffinatezze come Gladys Knight & the Pips, R. Dean Taylor e Chantels, esempi di quanto il più classico linguaggio soul/R&B sia sempre stato nelle corde di Tricky così come, stranamente, certo pop bianco (le Shakespears Sister!). Ci sono anche gli auto-campionamenti, come in Feed Me, nella quale la trickiana Bubbles si mescola a Billy Woods, e naturalmente Overcome, che allo stesso tempo coverizza e campiona Karmacoma, per la quale Tricky aveva scritto il testo.

E non poteva mancare il pedaggio da pagare alla storia ancora giovane dell’hip hop, con citazioni di LL Cool J e Public Enemy. A proposito di questi ultimi: singolare come i due brani che li riguardano direttamente – la cover di Black Steel in the Hour of Chaos e Brand New You’re Retro, con campionamenti di Mind Terrorist e Prophets of Rage – siano i più “rock” del disco, con le chitarre (suonate da una band metal, gli FTV) che per una volta si prendono la ribalta. Non è comunque con la lista dei campionamenti o la pedante elencazione dei generi musicali che compongono questo Frankenstein di disco – rap, reggae, dub, techno, rock, ambient, blues, soul, pop: c’è tutto, ma mai nella sua forma più “pura” – che si può descrivere Maxinquaye. Ma poi, avrebbe senso descriverlo? Sarebbe come descrivere il sogno, o l’incubo, di qualcun altro.

“Common sense says shouldn’t receive / Let me take you down the corridors of my life” mugugna Tricky in Hell Is Round the Corner, e forse dovremmo accontentarci di questo. O di sapere che il titolo è il tributo di amore alla madre Maxine Quaye, poetessa morta suicida: il testo stupendo di Aftermath è (forse) un ipotetico passaggio di testimone al figlio: “so this is the aftermath, your eyes resemble mine / you see as no others can, here inherit my kingdom”. Vedere ciò che nessun altro può vedere, sentire ciò che nessun altro può sentire: la prerogativa dei poeti, e forse anche dei musicisti che per un attimo cambiano le regole del gioco. A rischio di venire poi schiacciati dalle proprie stesse visioni, che diventeranno nelle mani di altri semplicemente una formula replicabile all’infinito, tappezzeria sonora per party fighetti e vernissage in loft alto-borghesi.

Ma non è l’edonismo di cartapesta della fine degli anni ’90 a tornare in mente quando si riascolta Maxinquaye. Non è la cool Britannia blairiana, della quale purtroppo il trip hop ha finito per essere una delle colonne sonore. No, lo spazio antropologico e naturale sonorizzato da Tricky è un altro, ed è quello di un film culto di quegli anni come Naked di Mike Leigh. Lì siamo a Londra e non a Bristol ma non cambia. La città già ridotta a fantasma di se stessa, al di sotto della superficiale effervescenza. Un filosofo urbano che blatera i suoi monologhi, con lampi di preveggenza alternati all’odio per se stesso e per il mondo, “campionando” letture disordinate. Cieli grigi e oscurità notturna spezzata dai neon. Il sesso come ossessione e la paura di entrare davvero in confidenza con un’altra persona. Le droghe. Il futuro che non ci sarà. O forse no.

Perché se la cappa di Maxinquaye è incrinata da una fessura, è proprio nell’ultima canzone, Feed Me. Un testo perversamente contraddittorio, come gli altri del disco, che lascia tuttavia un deposito di speranza: “How things are together we’ll destroy, and then we can destroy what we are / Together we can build what we are when we dream the spirit free”.

Forse, a volte, basta incontrare una ragazzina che canta appoggiata a un muro.

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