Recensioni

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26 settembre 1994, esce Protection, secondo album della discografia dei bristoliani Massive Attack. Incastrato come si trova tra Blue Lines, il loro sorprendente esordio, e la consacrazione di Mezzanine, il disco viene considerato ancora oggi come un album di transizione, quasi minore. In realtà, come il tempo ha dimostrato, rappresenta l’ultima istantanea che ritrae l’intera formazione degli esordi (o quasi) impegnata a rifinire e ripulire il modello sonoro da loro concepito. Quello così distintivo da venire ancora considerato come l’origine del genere cosiddetto trip hop, termine abusato ed anche odiato di tutto cuore, soprattutto dai suoi fondatori.

Marzo 1995, Londra, Shepherd’s Bush Empire. Dal palco su quale si sta esibendo in veste solista, Tricky – il più volubile ed imprevedibile dei membri del collettivo dei Massive – chiede al pubblico presente: “A qualcuno di voi piace il trip hop?” La risposta entusiasticamente positiva del pubblico non si fa aspettare, così come la reazione dell’artista stesso: “Bene, andatevene a casa a farvi fottere allora”. Come volevasi dimostrare, appunto.

Figlio di una mentalità da collettivo artistico multidisciplinare come era – quella vincente che aveva visto il marchio Wild Bunch, prima incarnazione del gruppo, acquistare popolarità ed ascendete lungo tutta la metà degli 80s – il primo album dei Massive era anche la somma delle tante influenze musicali che animavano la ribollente scena musicale bristoliana di quegli anni. In un certo senso, cavalcando l’onda creata dall’esperienza e dal successo del collettivo londinese Soul II Soul, ma anche raccogliendo input dal movimento creato intorno alla cultura dei cosiddetti “rare grooves”, del Brit Funk e da quella più sotterranea dell’UK Street Soul, intorno alla quale un pubblico principalmente di colore trovava il proprio sound, aggregante e festaiolo. E quant’altro. Il tutto per trovare un contraltare sonoro che fungesse da sedativo contro l’euforia maniacale dell’Acid House e della Rave Culture dilaganti in quel momento.

Con la produzione del secondo album l’asticella delle aspettative, e l’ambizione che da queste logicamente derivava, sie era alzata di molto. Ecco allora che la ricerca dei collaboratori e delle soluzioni sonore si fa più ampia e diversificata. Con l’abbandono da parte di Shara Nelson, la grande protagonista di singoli come Unfinished Sympathy e Safe From Arm, vediamo fare seguito il contributo di Tracey Thorn nelle altrettanto emozionanti title track e Better Things – ma la wishlist dei vocalisti includeva inizialmente anche Siouxsie Sioux oltre ad un certo Johnny Marr (niente meno) alle chitarre, tutte partecipazioni rimaste comunque solo sulla carta. Le sontuose atmosfere orchestrali attraverso le quali Blue Lines si era fatto tanto apprezzare raggiungono un livello di sofisticazione ancora più alto nel singolo Sly, contraddistinta dall’amaliante vocalità della nuova entrata Nicolette, ed anzi, grazie all’apporto del pianista e compositore Craig Armstrong – che della label Melankolic, di proprietà degli stessi Massive, diventerà anche uno dei nomi di punta – i brani strumentali Weather Storm e Heat Miser li portano a sconfinare in territori vicini alla neo-classica più patinata.

Lo scambio incrociato di rime tra Robert “3D” del Naja e Tricky anche questa volta non manca, specialmente grazie all’iconica, sensuale Karma Coma. Ma è evidente che le dinamiche interne in studio di registrazione rispetto al loro debutto hanno subito un certo, irreversibile sviluppo. Per non parlare della tensione nei rapporti tra 3D e Daddy G, l’altra voce distintiva che ben serviva a completare il trio di rapper. Nellee Hooper, il produttore al banco di regia fino a quel punto, lascerà il gruppo dopo la pubblicazione di questo ultimo progetto. Così come Andrew Vowles ovvero DJ Mushroom, altra eminenza grigia che avrebbe gettato dopo qualche anno la spugna, ovvero dopo la complicata esperienza di Mezzanine ed i giochi di potere nascosti dietro le sue quinte. Un apporto quello di Vowles che aveva così ben caratterizzato Protection e le sue inflessioni più soul, ma che con l’album seguente – di fatto risultato dell’amore mai celato di del Naja per il post punk e della sua volontà di rendere il sound dei Massive ancora più scuro – avrebbe subito un radicale restyling. Prova ne è la latente (para)noia urbana mista a malinconia che percorre i solchi dei primi due longplayer e che diventa manifesta, plumbea ed opprimente nel loro terzo. E non è un mistero che, allo stesso modo, il seguente 100th Window sia una creatura che coi Massive Attack dei primi 90s ha praticamente più nulla a che fare, essendo stato prodotto dal solo 3D e collaboratori vari scelti per l’occasione.

Quel che resta, a decenni dalla sua uscita, è un disco imperfetto ma definitivo nel modo in cui ha saputo fissare parametri e picchetti stilistici di un genere (da lì in poi ribattezzato downtempo, ma si sa che la sostanza in realtà non è cambiata) tanto codificato, come si è detto anche vituperato, eppure profondamente amato. Nonostante tutto, e nonostante quanto ne possa pensare l’irascibile Tricky che nel frattempo, speriamo, se ne sarà fatto anche una ragione.

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