Recensioni

Una necessaria premessa: There is no end non deve essere considerato un disco testamento. A differenza di quanto potrete leggere, questo disco, sì postumo, non assume, a partire dal titolo, alcuna aura testamentaria. Tony Allen non sapeva quando sarebbero finiti i suoi giorni ma voleva fare un disco rap. E Tony Allen ha fatto un disco rap, un disco libero, pieno, vivissimo, senza confini, senza limiti di stili o suoni. Il pioniere dell’afrobeat lascia in vita una batteria poliritmica che pulsa il battito cardiaco dell’Africa (70) in cui poter fondere senza sforzo quel mondo di highlife e funk col miglior hip hop. There Is No End dimostra proprio come elettronica, hip-hop e black music in generale possano integrarsi perfettamente con gli organic grooves del musicista nigeriano, per un album che si pone come eccellente tributo all’uomo, rimodellandone l’importanza, calata nel presente. Un progetto portato a termine dai suoi più stretti collaboratori che riescono a rendere un giusto e potente tributo senza trasformarlo in solenne commiato.
Se la batteria di Tony Allen poteva cambiare registro in un attimo, il groove del disco pare assorbire questo modus operandi portandosi dietro una sincopata e oscillante esplosione; ora attraverso gli hi-hat ora con un tintinnio sui tom. In Stumbling Down ad esempio riesce a scivolare tra un ritmo acustico simile a quelli tipici dell’afrobeat e una distorsione elettronica che culmina con la presenza delle campane. Sì certo, anche la frenetica voce di Sampa The Great – quasi un insulto, una provocazione – gioca un ruolo centrale ma è in gran parte spesa per fortificare la cadenza percussiva che vi sta dietro. Rinnovarsi costantemente, diversificarsi, raggiungendo ogni pubblico, tutte le generazioni: Tony Allen non è stato solo “il miglior batterista di sempre, uno dei più grandi musicisti del ventesimo e ventunesimo secolo”, come lo definì Brian Eno ma era un direttore artistico del futuro, un visionario instancabile la cui carriera è durata più di 50 anni con centinaia di registrazioni in studio, collaborazioni continue, figlie di una fiducia donata agli altri per il bene più alto, quello del Suono in movimento. Una purezza e un’apertura mentale che non ha mai abbandonata il suo modo d’intendere la contaminazione, un laboratorio continuo e collettivo destinato ad aprire possibilità, ritmiche sconosciute, desiderio di mettersi in gioco oltre che in discussione.
La musica più interessante qui arriva quando il lavoro metronomico di Allen viene sminuzzato e reso incredibilmente alieno dalle sue origini: dal gemito stravagante di Danny Brown che inciampa su una tripletta di basso con Deer in Headlights al lirismo dub del poeta Ben Okri sulla demoniaca Cosmosis (che sembra interrogarsi su come alcune idee continuino anche dopo che ce ne siamo andati), There Is No End suona come un’imponente vertigine in cui elettronica e acustica sfocano i propri contorni. Dalla voce terragna di Tsunami su Très Magnifique – quasi un’evocazione misterica di varie culture asiatiche, aborigene, africane – al riff chitarristico con gancio vocale di Coonta Kinte, fino ai droni in loop di Gang On Holiday (Em I Go We?) che ci regala anche uno straordinario assolo acustico del maestro prima di trasformarsi in un beat electro vagamente eighties, impreziosito dalla presenza simil robotica di Jeremiah Jae. Ascolto dopo ascolto, realizziamo come le tracce dell’album si incastrino perfettamente tra loro. L’esplorazione polifonica e poliritmica portata avanti in There Is No End gode di un’aura e di un carisma che appartengono alla magia, quella che rende possibile il dialogo fra cultura hip hop, ottoni, groove, elementi grime, dubstep, soul e funk. Impressiona ancora una volta la lungimiranza di un artista che ha saputo raccontare con puntuale curiosità e coraggio, uscendo costantemente da quella maledetta comfort zone che tutti spaventa, e che lui sembrava rincorrere da tutta la vita.
La batteria di Tony Allen non suonerà più cose nuove, quella batteria che non si era mai accontentata, che non riusciva fisicamente a soffermarsi troppo a lungo sullo stesso vecchio beat. Sconfinata. I mostri sacri, fatti di sudore, innato talento, dolore, se ne vanno. Ma una cosa, oggi più che mai, è certa: Tony Allen has no end.
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