Recensioni

Cosa dire che non sia stato già detto, costruito, ribadito e scoperto su Tony Allen? È bestiale rubricare esegesi e palingenesi di un autore come lui. Eppure si deve, anche in bignami, perchè ne ha fatta un’altra delle sue che non può passare sottotraccia. The Source è l’inedito che segue l’eccellente Film Of Life del 2014, inframezzato dall’omaggio fatto dal batterista nigeriano, ormai parigino da 30 anni, al grande Blakey (Tribute To Art Blakey And The Jazz Messengers) uscito quest’anno. Ritroviamo qui quasi la stessa compagine del tributo: è quindi un disco hard bop questo The Source? In fondo cos’è e cosa è stato Tony Allen in questo mezzo secolo? Tutto, veramente tutto. Lo sanno anche i muri chi ha inventato l’afrobeat, ma si sa anche quanta distanza nel tempo Allen ha voluto mettere fra lui e la sua creazione. Lo sanno le pietre del suo amore profondo per Max Roach, Art Blakey e la New York dei Fifties che rivoluzionò il jazz riprendendo la parabola dei beboppers.
Classe 1940, una tempra che non si sciacqua, Allen ha sempre girato alla larga dai tipi calligrafici, quei jazzmen immersi nella candeggina sonora. E conosce a menadito il music biz, ma lo usa e non si fa usare. Da alcuni anni vive momenti professionalmente estatici. Pragmatico ed egocentrico (come biasimarlo per questo?), si affida al sudato lavoro, alla conoscenza dei tempi e delle battute vive, ai luoghi fotografati nella mente, vissuti, unti e bisunti. E poi al futuro. Osannato e telefonato da tutti (non chiedetemi la lista vi prego!), non cede alle glorie che saranno, e pensa solo a suonare, a divertirsi in terra. Con quei groove particolarissimi persevera nel suo drumming ossessivo e africano che non ha eguali o eredi, anche enciclopedicamente parlando. In simbiosi con esso, in empatia continua. Allen è stato fonte di ispirazione per centinaia di migliaia di giovani musicisti in tutto il mondo, ma ancora oggi è lui che si inchina ai classici. Un classico che si erge sulle spalle dei giganti della storia del ‘900.
Undici tracce che spaziano in 50 anni di jazz. Moody blues inizia come i primi lavori di Davis influenzati dal cool e dalla prima èra jazz, meravigliosamente melodici, per poi aprirsi alla circolarità dei fiati tra soul e Centrafrica; libera uscita per assolo, traiettorie sghembe e robuste. Bad Roads e Crusing sono hard tonale come i fasti della EmArcy, controllo divino e melodie piene, senza scuse, carnose ed espressive. Allen qui è sugli scudi; Remi Sciuto al sax e Nicolas Giraud alla tromba, seguendolo, vanno in visibilio; Indy Dibongue offre i migliori lick di chitarra. Wolf Eats Wolf è funk misto a blues urbano, Push And Pull è New Orleans allo stato gassoso, brass band, i cribs asfaltati dalla modernità. Storyville? sì, ma 100 anni dopo! Cosa dire che non sia stato già detto, costruito, ribadito e scoperto dai più, se non che tante tracce di quest’album fanno ritornare alla mente città e storie collegate da un fattore comune? Lunga vita a mr. Allen
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