Recensioni

7.1

Real Gone non aggiunge molto alla vicenda artistica di Tom Waits, ma quel poco è la netta sensazione di una senilità indomita, irascibile e appassionata. Avvinghiata alla giugulare del presente come un vampiro pietoso. No, non siamo ai massimi livelli waitsiani, tuttavia ci sono un bel po’ di motivi per considerarlo un disco credibile:

– per la cocciutaggine di mulo con cui tira le fila dei dischi passati senza negarsi il procedere;

– per la lucida coerenza, la graffiante asciuttezza, la qualità come minimo degna della scrittura, l’interpretazione ovviamente intensa;

– per come sa far balenare a un tempo i tumidi arcaicismi dell’ultimo Bob Dylan e le scellerate trasfigurazioni dei primi Blues Explosion;

– per quel suono da stanza traslocata, da vuoto che si riempie all’improvviso;

– per la chitarra elastica e fibrosa, per il banjo astruso, per gli odori e i dolori portati in dote dal rientrante Marc Ribot;

– per un figlio (Casey) che (forse) è pazzo come il padre;

– per quei blues trafitti dai tropici, per la follia che infebbra gli errebì, per l’agra mestizia dei folk;

– per i peccati e i cavalli ciechi, per i coltelli e il tabacco, per Dog Street e l’Hush Hotel, per il rossetto sul vetro e l’occhio buono di Roy Orbison, per gli orangutango e le pistole tatuate, per Caino, Abele e una Ford del ’49, per Mike Tyson e Gesù di Nazareth;

– in particolare, per come il reggae e il blues si avvinghiano e stemperano finché non sai più dove termina uno e inizia l’altro in Sins of My Father, lunga e dolorosa come un funerale;

– per l’aria da James Brown sotto formalina nel laboratorio d’un pazzo risuscitatore di non-morti in Metropolitan Glide (le corde slabbrate, le percussioni come il timbro del buio, Casey che strapazza il giradischi);

– per il Leonard Cohen nella danza in filigrana di Dead And Lovely;

– per quel vento di melodia che spazza la pioggerella dal cuore in Trampled Rose;

– per il rock ingoiato e vomitato come pillola ruvida di Baby Gonna Leave Me;

– per come Day After Tomorrow c’insegna la differenza tra un semplice dopodomani e un giorno dopo domani, quello che tutti vorremmo (dovremmo) aspettare. Mi sembra abbastanza.

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