Recensioni

Ogni qualvolta un prodotto lanciato da Netflix riesce a catalizzare l’attenzione di buona parte del pubblico – e capita sempre più spesso in un processo inversamente proporzionale alla effettiva qualità dell’offerta – siamo qui a fare un po’ il punto della situazione, sia per quel che riguarda lo stato della serialità televisiva sia per quanto concerne l’offerta di un colosso dello streaming che ormai fa affidamento esclusivamente su alcuni brand dalla presa commerciale fortissima (vedi Stranger Things, della quale si attende la quarta stagione a breve, o La casa di carta, che terminerà la sua corsa in streaming con l’ultima tranche di episodi) oppure su sorprese vere e proprie arrivate grazie al perfetto dosaggio ed equilibrio tra gli elementi messi in campo e un volto riconoscibile per il pubblico (vedi l’esempio di Lupin, la cui seconda parte di stagione arriverà a giugno) oppure su fenomeni provenienti direttamente dall’estero (non americani si intende, è il caso di Sexify e Shtisel).
The Serpent in questo caso specifico si colloca se vogliamo nel mezzo: non è un prodotto americano, in quanto è una produzione inglese di Mammoth Screen realizzata su ordine della BBC, e si avvale di un cast internazionale e di un volto non notissimo al grande pubblico ma che si è fatto ampiamente apprezzare in questi ultimi anni soprattutto nel cinema europeo: Tahar Rahim. Attore di indubbio talento, in molti lo ricorderanno nel film che ne ha di fatto lanciato la carriera al cinema, Il profeta di Jacques Audiard con il quale si guadagnò l’European Film Award e il Premio César come miglior attore; da allora l’abbiamo apprezzato ne Il passato di Asghar Farhadi e più recentemente nel ruolo di Giuda in Maria Maddalena al fianco di Joaquin Phoenix. Dopo essere stato nel cast di The Eddy, serie ambientata nel mondo del jazz e nella criminalità parigina uscita lo scorso anno sempre su Netflix, Rahim si riprende il ruolo di protagonista in questa miniserie dallo stile caleidoscopico diretta a quattro mani da Tom Shankland e Hans Herbots.
Qualche coordinata storica: negli otto episodi di The Serpent Tahar Rahim interpreta Charles Sobhraj, ex-commerciante di diamanti e serial killer che tra la metà degli anni Settanta fino alla sua cattura si era reso responsabile di una serie di efferati omicidi nell’area di Bangkok, dove risiedeva, e in altre parti del mondo. Nessuno era a conoscenza delle sue malefatte, fino a quando il caso di due turisti olandesi scomparsi a Bangkok attira le attenzioni di un funzionario dell’ambasciata olandese in Tailandia. Ostacolato sia dalle forze dell’ordine che dalla sua stessa ambasciata che non vuole rischiare un caso diplomatico internazionale tra i due paesi, Herman Knippenberg (interpretato dall’ottimo Bill Howle) si lancerà in una caparbia caccia solitaria (aiutato dalla moglie e da alcuni testimoni) al serial killer più spietato di Bangkok.
Dicevamo lo stile prima di tutto: in The Serpent lo spettatore è da subito sballottato tra una data e l’altra, tra un momento dell’attività criminale di Sobhraj e quello relativo alla scoperta di Knippenberg e in questo modo – nonostante qualche piccola difficoltà iniziale – chi osserva sarà in grado di entrare nello schema mentale dell’ambasciatore novello investigatore per ricostruire la scia omicida che il serial killer si era lasciato alle spalle indisturbato. Insieme a lui, ricostruirà l’enorme puzzle che poi porterà alla sua cattura (la prima, non quella definitiva) e insieme a Knippenberg saremo vittime dell’ossessione per il suo arresto e della paura nei confronti della follia omicida. Per tutta la prima parte (che guarda caso coincide con i primi quattro episodi diretti da Shankland) la tensione tocca punte altissime restituendo un contesto storico variegato che sfrutta al meglio alcuni stereotipi culturali senza ridicolizzarli, per restituire un quadro credibile e insieme coinvolgente (complice anche l’ottima selezione dei brani inseriti in soundtrack).
Se da un lato, infatti, siamo al fianco dell’ambasciatore e della sua disperata risoluzione del caso, dall’altra il vero protagonista è il Sobhraj di Rahim, dotato di un fascino magnetico e irresistibile, frutto di un lavoro incredibile da parte del suo interprete, perfettamente a suo agio nei panni di un individuo soggiogato dalla sua stessa brama di potere e rivalsa verso un mondo che lo ha da sempre relegato ai margini della società. La tensione inevitabilmente cala parecchio nelle ultime puntate, quando la cattura non solo diventa probabile ma innesca un conto alla rovescia facilmente prevedibile, anche se a salvarsi è soprattutto la storyline degli esordi criminali di Sobhraj con Juliette (Stacy Martin). Insomma, si tratta – con tutti i suoi pregi e difetti – del prodotto migliore proposto da Netflix da molti mesi a questa parte, che in un anno caratterizzato da pandemia e da sole visioni in streaming è decisamente poco.
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