Recensioni

E così anche Echo compie vent’anni. Ripenso spesso a questo disco. Ricordo nitidamente quando lo comprai, le sensazioni provate durante l’ascolto. Mi avviavo a festeggiare – si fa per dire – i trent’anni. Mi ero sposato da poco, potevo vantare un nuovissimo mutuo ventennale e la vaga prospettiva di mettere al mondo dei figli. Intanto mia madre aveva appena iniziato a combattere contro un brutto linfoma. Tutto questo mi spingeva a sentirmi più responsabile, forse persino (finalmente?) maturo, anche se con ogni probabilità era solo l’effetto di una letale overdose di preoccupazioni. Non saprei dire quale collegamento ci fosse tra quella particolare disposizione d’animo e la trasformazione della stima per Tom Petty in vero e proprio amore.
Come molti adolescenti sbocciati in mezzo agli 80s ero rimasto incantato da Southern Accents (1985), ma né l’eccellente Full Moon Fever (1989) né il di poco inferiore Into The Great Wide Open (1991) mi erano sembrati ciò di cui un ventenne (io) aveva bisogno per sgomitare al meglio fuori dal decennio edonista. Il grunge, ad esempio, aveva l’aria di essere una scorza più adatta. Poi tutto iniziò a precipitare: ci fu il suicidio di Cobain, certo, ma soprattutto quella sensazione di vivere tra due piani paralleli, un bisogno viscerale di schiettezza da un lato e tutto un formicolare, sgretolarsi e ricomporsi dall’altro (post-rock, trip-hop, hip-hop, crossover, lo-fi e qualunque altro pseudo-stile, col trattino o meno), la metamorfosi insomma di un linguaggio espressivo – il rock – che alludeva a un più generale cambiamento politico e culturale, il tutto diretto verso il maelstrom simbolico della fine-millennio. In mezzo a tutto ciò, un album come Wildflowers, secondo lavoro solista di Petty del 1994, mi sembrò il riparo perfetto: genuinità e rabbia, inquietudini e calore, radici e disincanto come ingredienti di quell’antidoto che mi avrebbe reso immune alle tossine di qualsiasi millennium bug. Ovviamente mi illudevo, ma Wildflowers era davvero un gran disco.
Petty usciva da un periodo radioso in termini di successo ma difficile sul piano della vita privata: non si era mai realmente convinto che l’incendio in cui andò distrutta nel 1987 la sua abitazione a Los Angeles fosse accidentale, da cui una strisciante sindrome di persecuzione tendente alla paranoia (ma anche lo spunto per la fortunatissima I Won’t Back Down), mentre il matrimonio mostrava ormai crepe che presto ne avrebbero provocato la dissoluzione. In ragione di ciò, e al netto di una colonna sonora (She’s The One, 1996) che all’epoca non degnai di alcuna attenzione, la comparsa sugli scaffali di Echo, decimo titolo firmato assieme ai fidi Heartbreakers, rappresentò per il sottoscritto l’incastro perfetto tra aspettative e rivelazione. Aspettative perché s’inseriva nel solco tracciato da Wildflowers, simile il bisogno di un fare rock senza artifici (Tom: “from the beginning, we were kind of conscious that we didn’t want to do many overdubs on this record”; Mike Campbell: “most of our work was in the songs and not necessarily in the recording process, he tracks are very live”), esigenza a cui il co-produttore Rick Rubin si piegò sostanzialmente ma non del tutto (qualche ridondanza d’arrangiamento traspare, ad esempio nella pur bella Rhino Skin, enfiata d’archi e con assolo di chitarra da vicino di pianerottolo dei Dire Straits).
Rivelazione perché rispetto ai residui di innocenza e – sì – persino di fiducia che esalavano dalle prospettive polverose del predecessore, in Echo la fragranza rock sembrava spostarsi in una dimensione cementizia, sembrava rock che guardava in faccia il proprio fine corsa, urlava rabbia contro il muro delle Mutazioni Inevitabili e ne riceveva indietro un’eco (appunto) sorda e aspra. Ma – e questo è l’importante – in quell’urlo, in quella chiave viscerale di sé, in quella ruggente preveggenza d’implosione, continuava a trovarsi perfettamente sensato. Certo, in copertina c’è quel simbolo, due frecce bianche rivolte a destra separate dall’unica freccia argentata di ritorno: sembra una chiara allusione al tema del divorzio, allusioni di cui è intrisa non a caso la malinconia dolciastra della title track (“Yeah, Daddy had to crash/He’s always halfway there you know/And no, I don’t pretend there’s anymore of that/They say one day you’ll look up and laugh”), ma da grande narratore popular Petty non stabilisce confini tematici netti, cesella liriche che sembrano appena rotolate giù dalle labbra, spampana i margini per garantirne la permeabilità.
Come molti grandi rocker reduci dal periodo aureo del rock, Petty sentì che i Novanta rappresentavano il terreno ideale per fare raccolto e mettere a segno il lavoro della maturità un attimo prima che si potesse parlare di senescenza: vedi i casi di Lou Reed (Magic And Loss), Neil Young (Ragged Glory), Bruce Springsteen (The Ghost Of Tom Joad), dello stesso Bob Dylan (col capolavoro Time Out Of Mind). Forse Petty non poteva vantare una discografia con picchi all’altezza di quella dei nomi appena citati, ma di sicuro rispetto a loro aveva qualcosa in meno da farsi perdonare in termini di passaggi a vuoto e cadute di stile: Echo in questo senso ha spalle fortissime, fa rock con naturalezza, non cerca ammenda, picchia duro e sbrigliato quando è il caso – una Free Girl Now che manda in cortocircuito quel riffaccio un po’ Kinks e un po’ Bowie altezza Rebel Rebel, la minimale e asperrima I Don’t Wanna Fight (“I got a hole in my head/I’d be better off dead”) scritta e cantata da Campbell, la quasi remmiana Won’t Last Long e una Billy The Kid che fa Mellencamp meglio di Mellencamp (“Yeah your face was hard to read/Something in your demeanor/Should of given you away”) – oppure si concede abbandoni tra le braccia di ballate a cuore trafitto, come il valzer desolato della conclusiva One More Day, One More Night o la toccante Lonesome Sundown con quei baluginii slide e i coretti sixties.
Proprio quest’ultima sembra ribadire un tema ricorrente ma non dichiarato del disco, quello di una ragazza (su cui lo stesso Petty ebbe a dire: “I have this reoccurring character that always comes back in different forms. This escaping woman kind of thing. But I can’t write her out. I keep trying to. I keep trying to leave that character, but she always comes back in. I thought I’d gotten rid of her. She reappeared out of my subconscious when I ad-libbed it”) che appare nella (fintamente) liberatoria Free Girl Now e finisce quindi nel cul de sac epico e derelitto di Swingin’ (“Moonlight on the interstate/She was across the Georgia line/Looked out the window feeling great/Yeah, it had to come in time/And she said I’m never going back”), pezzo dove la pietas si stempera alla durezza con piglio Cormac McCarthy, benedetto da un’armonica che soffia come tramontana e dal backing vocals evocativo del bassista Howie Epstein. A proposito di Epstein, come si sa non compare nell’immagine di copertina, in quel biancoenero desolato coi musicisti in secondo piano dietro arbusti stecchiti (ciò che resta dei wildflowers?). Non c’è, Epstein, per un motivo semplice e crudele assieme: non si presentò al photo shoot, già perso nella sua dipendenza da eroina che lo porterà prima all’allontanamento dalla band nel 2002 e poi alla morte per overdose nel 2003, a 47 anni. Una copertina che è un po’ anche un triste presagio.
Non è insomma un disco facile né felice, Echo. La cui scaletta viene opportunamente inaugurata da Room At The Top, una di quelle canzoni dolci che racconta cose terribili, come direbbe Tom Waits, salvo poi sollevarsi dal suo status di ballad malmostosa per sgranare elettricità ruvida, appesa a un disincanto senza ritorno, a un isolamento che dall’alto sembra osservare la propria impotenza (una dipendenza?), in questo sorta di sorella ingrugnita del contro-inno Free Fallin’, di cui nega il movimento verticale del concedersi, quel fatalistico abbandonarsi. Petty stesso la definì “la canzone d’amore più deprimente di sempre“, forse esagerando, certo, tuttavia non è di quei pezzi disposti a fare sconti malgrado l’apparente ordinarietà, vedi l’assolo di chitarra accartocciato, quasi cubista e niente affatto liberatorio. È una canzone piena di sconfitta malgrado il suo arroccarsi fiero, la combattività compressa in un orgoglio disperato: ed ebbe malgrado ciò un successo considerevole, come tutto il disco. Mezzo milione di copie in tre mesi e decimo posto nella Billboard 200: niente male per un album rock in quel finire di millennio, mentre tutto stava cambiando velocemente (Free Girl Now fu resa disponibile per un paio di giorni in download gratuito, pare senza l’autorizzazione della Warner…) e si apparecchiavano sconvolgimenti in ogni aspetto del quotidiano.
Venti anni dopo, oggi, ho più o meno l’età che aveva Tom Petty quando Echo fu pubblicato, per questo credo di non averne mai capito così bene il senso, la determinazione amara, la pietas desolata. Dischi così genuinamente rock non frequentano più le zone alte delle classifiche, streaming, download o supporto fisico che sia. Una lunga catena di lutti conferisce al rock l’aspetto di una forma espressiva alla resa dei conti con l’estrema maturità (eufemismo) di molti suoi pionieri e col disagio irreversibile di quelli di mezzo. Esiste una sola possibilità perché il rock si mantenga vivo, ed è l’esistenza di qualcuno che ne faccia l’unico linguaggio possibile per dire ciò che deve essere detto nell’unico modo in cui può essere detto. È esattamente ciò che accade nelle canzoni di Echo. Quello che Tom Petty ha saputo fare benissimo finché ha avuto vita per farlo.
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