Recensioni

Se la musica, il più delle volte, è un linguaggio universale capace di farsi intendere dalle lande più disabitate dell’Islanda ai grattacieli strapieni delle megalopoli orientali, capita anche che certi suoni portino con sé la quintessenza di un luogo, che magari non è neppure reale (forse non lo è più o addirittura mai lo è stato), ma a cui è indissolubilmente legato: tante volte, per esempio, si parla di Canterbury in riferimento a un certo tipo di progressive-rock, ancor più magico, sospeso e surreale del solito, mentre se pensiamo a Bristol la mente corre subito all’incontro tra post-punk e il dub importato dalle colonie inglesi.
New York invece può suggerire tanto l’hip-hop epico e cubista del Wu-Tang Clan e dei suoi numerosi affiliati, quanto una lunga e spesso caustica tradizione di esperimenti tesi a incrociare avanguardia, black-music e persino elettronica con il rock più indipendente e rumoroso. E in quest’ultima importante corrente s’inserisce l’esordio, sorprendentemente edito dalla L.I.E.S. di Ron Morelli , di un assoluto veterano, attivo tra le due sponde dell’Atlantico da ormai trent’anni abbondanti: dietro il moniker Tom of England si nasconde infatti Thomas Bullock, polistrumentista, dj e producer (oltreché grandissimo esperto e persino produttore di mescal) partito dalla natia Cambridge (dove si è fatto le ossa nella stessa crew dell’amico DJ Harvey, un sodalizio rinnovatosi recentemente con la psichedelica esperienza dei Maps Of Africa) e approdato prima a San Francisco e poi proprio a New York, dove ha partecipato alla creazione di un gruppo, gli A.R.E. Weapons (abbandonati dopo aver contribuito al primo, incendiario album), che suonava esattamente come un tributo sguaiatamente electroclash alla New York dei Golden Palominos e del CBGB. Il nuovo Sex Monk Blues riprende all’incirca quelle atmosfere, ripulendole però dalle ingenuità (e da un’elettronica un po’ pacchiana), per sviluppare un punk-funk insieme lirico e torbido, come se la New York in cui ci si muove fosse nuovamente quella di The Deuce o del miglior Scorsese.
Le sei tracce del disco spaziano così tra paranoia acid-rock (l’iniziale In Your Town, tutta costruita intorno a un campione vocale tranciato e ripetuto: praticamente la versione con le chitarre, sporca, cattiva e orgogliosamente homemade, del detroitiano footwork), baccanali motorizzati (Sniffin’ at the Griffin) ed elettronico post-punk polemico (Neon Green), prima di trovare il proprio vertice nei nove minuti abbondanti di Song Of the Sex Monk, un math-rock etereo e sensuale come non se ne sentivano da tempo.
Ascolto consigliatissimo, Sex Monk Blues è l’opera giusta, obliqua ed eclettica, sensuale e misterica, per coronare un’inafferrabile carriera ultradecennale, ma allo stesso tempo può rivelarsi un nuovo punto di partenza per un sound coraggioso e avventuroso, che però mantiene le sue radici più profonde nello storico underground newyorchese.
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