Recensioni

Il TOdays Festival 2022 è agli archivi da qualche ora: l’edizione appena trascorsa aveva il compito di confermare la buona riuscita della scorsa edizione (più complicata a livello logistico e organizzativo per i motivi che sappiamo), e in un certo senso c’è riuscita.

Se nel 2021 abbiamo avuto la sensazione che mancasse qualcosa (gli addii last-minute nella line-up, una platea con posti a sedere, gli afterparty all’Incet, etc…), avvertendo che fosse un’edizione transitoria, quest’anno TOdays non si è lasciato sfuggire alcun dettaglio, ripartendo da dove tutto era stato lasciato, con degli statement tra il celebrativo e l’avvenire. Quest’anno il festival ha avuto meno sfortuna per quanto riguarda le assenze – come già detto, lo scorso anno fu tremendo da questo punto di vista, ma ricordo anche la defezione dei My Bloody Valentine nel 2018, super headliner di quell’edizione, poi prontamente sostituiti dagli scozzesi Mogwai; in quest’edizione è toccato ai Geese, giovane combo newyorkese il cui post-punk psichedelico suscitava un discreto interesse (quel tipo di nomi sui quali il TOdays investe molto), rimpiazzati da Eli Smart, semisconosciuto (almeno da noi) musicista di stampo soul – scelta sostanzialmente agli antipodi rispetto ai sopracitati. Questi “sbalzi stilistici” in lineup hanno lasciato un po’ perplessi alcuni spettatori, la cui vox populi ha, seppur sommessamente, “contestato” (si fa per gioco) la scelta di porre come headliner della seconda serata il polistrumentista francese FKJ, la cui performance è stata comunque solida e coadiuvata da musicisti di gran livello, apparsi sul palco “a turno”, forse memori dell’esperienza Talking Heads – il sound è diverso, ovviamente, e pesca a piene mani da quella corrente lo-fi/hip hop un po’ soul/r&b ottima come sottofondo per preparare l’esame di diritto civile e/o bersi un caffè macchiato in uno di quei bar shabby chic.

Il francese un punto di contatto con il resto della line-up del giorno forse ce l’aveva: è un fenomeno musicale sospinto quasi esclusivamente da Tik Tok, così come i bielorussi Molchat Doma, confermatisi come una sbiadita versione oltrecortina dei Joy Division (con un buon 40 anni di ritardo). Dal busker-rock poliedrico dell’australiana Tash Sultana (che sa un po’ di dimostrazione tecnica, più che di autentica macchina da sound) alle sinfonie dei Black Country, New Road (tra i sostituiti dello scorso anno, ironicamente “sostituenti” di Dijon – no, non la dj house di Chicago), lo spettro flessibile del TOdays è parso voler bucare i confini dell’indie rock, forse nel tentativo neanche troppo celato di svecchiare il pubblico (la cui demografica tendeva al 40+, e non saprei se prenderlo come un dato preoccupante, ma è comunque un dato), o semplicemente aprirsi a nuove platee, senza alcuna malizia. È un processo che abbiamo raccontato per molti festival, dal “concittadino” Club to Club (nel loro caso, più per esigenze stilistiche e di direzione artistica, che non di età media degli avventori) al ben più grosso e rumoroso Primavera Sound, quindi stupisce fino a un certo punto, per quanto poi si ritorni sempre a parlarne attorno allo stesso tavolo.

Eppure, la rassegna torinese non rinuncia ai suoi sfizi preferiti, andando a pescare cavalli di razza (più stalloni che puledri, per chi mastica d’ippica) come Arab Strap (del nichilista e biascicante Aidan Moffat, sempre alle prese con qualche problemino di letto e di bancone) e Primal Scream – la doppietta scozzese che ha di fatto spinto molti avventori ad acquistare il biglietto per la giornata di domenica (in genere quella più “falcidiata” per motivi di rientro al lavoro, ecc…): le due band hanno di fatto aperto e chiuso la giornata, con la prima in buona forma (un set più “rock” e rumoroso) e l’ultima autrice di una prestazione interlocutoria, per una serie di fattori. In primis, un Bobby Gillespie (fresco di autobiografia, che la stampa britannica sta già incensando) che pare non rendersi effettivamente conto in quale parte di mondo stia posando i suoi stivaletti anni ’60, abbinati a un completo che grida “sobrietà” e che riprende/omaggia la copertina del manifesto della band, Screamadelica; poi un set che effettivamente avrebbe dovuto celebrare la suddetta pietra miliare per i suoi 30 anni (molti in platea c’erano già all’epoca), ma ha preso una tangente del tutto diversa dal ponte che all’epoca unì i Rolling Stones e la psichedelia con la morente rave culture della Second Summer of Love (nell’inchiostro versato da Reynolds all’epoca, «la dichiarazione di una band che cambia stile in base alla propria collezione di vinili»). Il “contentino” arriva con Loaded (encore) e Movin’ on Up, l’inizio del set è affidato a una Swastika Eyes un po’ mogia, nel mezzo un omaggio a Mark Lanegan.

Si parla sempre di celebrazione citando i DIIV, ma il termine in questo caso assume un significato e un peso specifico totalmente diversi: la band newyorchese è in forma smagliante, e questa è l’ultima tappa di un tour atto a “rifarsi” degli anni persi per via del Covid, che ha interrotto la tournee per il loro terzo, magnifico album Deceiver. In più quest’anno la band di Cole Smith e soci celebra i 10 anni tondi dall’esordio Oshiin, da cui i Nostri pescano la title track (sempre affascinante) e Doused, in sequenza. I DIIV ringraziano e sembrano genuinamente felici del loro nuovo corso, ma le chiacchiere e le interazioni col pubblico sono ridotte al minimo e si lascia parlare la musica.

Gli Yard Act fanno quasi il contrario: primo live in Italia per loro, il frontman è palesemente avvinazzato e sproloquia praticamente alla fine di ogni pezzo, è stato al MAO (ottimo museo) e pare esserne felice, comunque vada il loro è un live solido e impattante, il carisma non manca e la resa sonora li mette in quella categoria di band che dal vivo guadagnano e non vanno a perderci. Divertenti e sospinti da un’aura magica di hype – un tipo dal pubblico a un certo punto urla pure «album of the year!», e il cantante gli risponde masticando un qualcosa tipo «miglior album di un anno di merda». Comunque promossi.

Godibile e simpatico pure il set dei Los Bitchos, il cui surf rock virato global sounds (soprattutto cumbia) matcha non benissimo con il cielo plumbeo e le scosse elettriche che preannunciano bufera – si concedono anche lo sfizio di omaggiare i Gizzard con Trapdoor e il must Tequila in chiave punkabilly. Altra ottima prova invece per gli Squid, che parrebbero quel tipo di band adatta a unire i target del festival e non sfaldarli: i brizzolati amanti del post rock e delle divagazioni psych muovono il capo a ritmo, le nuove leve zompano in un pogo alzando una polvere da Parigi-Dakar. Primitivi ed energici: forse sono loro l’anello di congiunzione?

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