Recensioni

7.5

Sotto le sue numerose mise carnascialesche, esibite sin dagli esordi con l’allegra brigata Black Moth Super Rainbow, Tom Fec nasconde effettivamente un bel fisico. Lui è uno di quelli che ha irrorato i suoi muscoli con gli steroidi fluo della retrowave più sgangherata e gli integratori della psichedelia più bambinesca e perversa, e ha irrorato le nostre menti con capolavori underground stile Troma come Falling Through a Field (no-label, 2003) e Fucked Up Friends (Anticon, 2008). Nel solco della più tradizionale tra le narrative fumettiste – sostitutiva negli U.S.A. di una vera e propria mitologia e cultura classica, come ci spiegava il grande Borges – questa malsana e indulgente esposizione alle scorie del retro-modernismo (vedi hauntology, Ariel ed i suoi graffiti spettrali ecc.) trasforma Fec in un supereroe marcio, un Vendicatore Tossico© con la voce rotta dalle frequenze di un vocoder appassito, e che dalla desolata e grigia Pennsylvania compie la sua crociata dissacrante per smontare la psichedelia, l’electro, l’hip-hop, financo il pop, un pezzo alla volta, e con collaborazioni di alto profilo. Tra i prodi scudieri e personaggi di supporto ad unirsi all’epopea cavalleresca di Tobacco, abbiamo infatti gente di altissimo profilo et spessore, a partire dal messia scientologico Beck (che compare come grillo rappante sul bel Maniac Meat, 2010, tornando quindi alle sue origini da perdente) fino ad arrivare al gran magus Trent Reznor (un altro ben piazzato fisicamente, non c’è che dire), suo supporter di lunga data, conterraneo pennsilvano e collaboratore assiduo (dopo ci ritorniamo).

Ebbene, se nei Black Moth Super Rainbow si palesa la volontà di ricostituire l’animo giocoso e solare del flower power in una creatura frankensteiniana che unisce i Boards of Canada a Syd Barrett, grazie a (mi autocito, lo so è brutto, ma è necessario) «album che esprimono una profonda sensibilità pop, mascherata però dalle più bizzarre intenzioni e vestita da trip elettrogeni, synthwave e freak folk su un supporto di VHS rovinate dall’usura del tempo”, in Tobacco vive e ribolle il lato oscuro della medaglia, tutto doom & gloom: il bambinesco diviene grottesco, il lo-fi si squaglia su supporti infernali, quasi alienoidi, che prendono i beat hip-hop di J Dilla e li rendono con un suono iper saturo, distortissimo, paventato dalle prime escursioni dei Throbbing Gristle e dalla chicagoana Wax Trax! un decennio dopo. Fec costruisce il suo bastione, il suo personale castello di Greyskull, ovverosia Rad Cult, etichetta che oltre a licenziare una serie di interessanti digressioni dai vari progetti di Fec & co., si occupa di distribuire un corredo di monili esoterici, composto da maschere assurde, VHS e audiocassette con ritorno di fiamma (le prime sono datate ante-2010, quindi in largo anticipo sulla rinnovata moda del supporto vintage), action figures a tema – insomma, i residuati bellici di chi è cresciuto negli 80’s con certi riferimenti pop-culturali.

L’ultima fatica di questo supereroe malsano è la quinta in studio e la terza su Ghostly INTL., label di Ann Arbor, Michigan (da cui parte una grande tradizione di noisers a stellestrisce, in particolare i Wolf Eyes) abituata a licenziare sonorità ben più polite di quelle aggro-sintetiche di Tobaccone. Hot Wet & Sassy è forse il suo album più irriverente, che si riferisce senza troppi giri a una mitologia (appunto) auto-composta di forme e pezzi culturali profondamente diversi tra di loro, ma che trovano una loro logica tra i solchi di questo LP. In un progetto in cui è spesso (o quasi sempre) la musica a stare in primo piano, il beat sintetico e filo-digging dei primi due album o il trip buddistallucinogeno del precedente Sweatbox Dynasty (2016), è giusto considerare anche l’aspetto lirico-testuale, seppur totalmente fuori asse rispetto a quello che (almeno un tempo, credo) avremmo definito come “normalità”.

Prendiamo, ad esempio, due dei quattro (!!!!) singoli scelti per la promozione dell’album. Jinmenken – con il suo beat sensuale e morbido (questo sì, davvero inusuale per Tobacco), e i bassi profondi che bucano la dimensione, al limite del clipping molesto, con hi-hat affilati che puntellano la ritmica del brano e synth narcolettici che sfilano a lato del pitch come la testa di un bebè addormentato – ecco, il titolo fa riferimento a una leggenda giapponese, quella del cane con la faccia da uomo (il costume da cagnolone è da sempre stato un trademark di Fec durante le esibizioni dei BMSR, così come l’impagabile vestito da gorilla con la faccia da cinese). Oppure Babysitter, più in bolla rispetto agli asset produttivi del Nostro, una colata acida di 2 minuti e 14 secondi in cui il sopracitato Reznor presta la sua voce falsettata (e la caratteristica “chitarra saturata grattugiata” di foggia NIN) nel bridge, per poi lasciar spazio al minaccioso «I AM YOUR BABYSITTER – I’M THE NEW BABYSITTER», seguita da un carillon della buonanotte. Comprereste un’auto da quest’uomo? Io, sinceramente, no. A maggior ragione dopo aver visto il video del brano, in cui Falcor de La Storia Infinita (RIP cavallo) beh, è il nuovo babysitter di casa e stalkera minacciosamente il pianerottolo, apparendo e scomparendo tra i fumi scuri della notte.

E poi ancora: pillole calmanti per cavalli in acido (l’inedita digressione library-chill di Poisonous Horses), un cavaliere assassino armato di coltelli (Stabbed by a Knight, questa sì una coltellata da incubo per le vostre orecchie), il cui castello cela botole e trappole potenzialmente mortali (l’iniezione letale di Pit). Note di merito vanno ad altri due brani: il mid-tempo sognante di ASS-TO-TRUTH, da annoverare tra le migliori composizioni di Fec, le cui partiture di synth non avrebbero certamente sfigurato nell’ultimo OPN (di cui il Buon Bridda scrive con composto entusiasmo, e che condivide con HW&S l’autore di copertina artwork, il genio della grafica rétro Robert Beatty); la strumentale Myhtemim, in cui s’intravede lo spettro di Aphex Twin e degli Autechre.

Orsù, adesso smettete di fumare, e passate al Tobacco.

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