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Ci sono dischi che non possono invecchiare, perché sono capaci di racchiudere molto più dell’epoca e del luogo fisico in cui sono nati. Dischi che possono tranquillamente contenere un intero universo.

Quasi sempre sono opere liminali: hanno le radici in un tempo e offrono i semi di un altro, trascendendo qualsiasi regola delle appartenenze, sovvertendo qualsivoglia tentativo di catalogazione. Sanno di passato e sono pregni di futuro. Hanno un tono familiare e rassicurante mentre sussurrano cose sconosciute e nuove. Ti invitano in luoghi in cui non sei mai stato, eppure ti sembra di averli già visti, forse in qualche sogno che hai dimenticato. Rendono possibile l’inverosimile: anche un safari sulla luna.

Moon Safari, il vero debutto degli Air dopo il bellissimo EP  Premiers Symptômes, compie quest’anno 25 anni. Per celebrarlo, il duo francese composto da Nicolas Godin e Jean-Benoît Dunckel ha organizzato un tour mondiale che ha toccato anche il nostro Paese. Dopo l’annuncio della tappa italiana del Moon Safari Tour, i biglietti sono andati soldout in poche ore. Fortunatamente, qualche settimana dopo, alla data milanese del Fabrique, prevista per il 25 febbraio 2024, se ne sono aggiunte altre tre tra cui quella del 22 giugno al Ferrara Summer Festival.

Di quest’ultima si tenterà qui un umile resoconto, provando a mettere da parte tutto il prevedibile turbinio emotivo che ne è scaturito. Ma si può davvero scrivere di un concerto sorvolando su quella cosa senza nome che ti prende allo stomaco, come quando torni in un luogo che ti è mancato per troppo tempo? Un luogo a cui inspiegabilmente senti di appartenere, dove non sarai mai e poi mai straniero. Sì, perché in una parte non precisata di chissà quale galassia, esiste un posto che possiamo chiamare casa. Si sentono i rumori del mare e le voci aliene, organi e pianoforti giocattolo, chitarre acustiche, percussioni tribali, fiati ovattati, campanelli e bassi jazz. Quel posto è stato costruito per noi 25 anni fa: è un rifugio immaginario fabbricato con grazia e mestiere da due ragazzi, che, agli albori del nuovo millennio, avevano forse capito che c’erano da inventare nuovi mondi, e accogliere nuova bellezza.

Nicolas Godin e Jean-Benoît Dunckel sono due esteti. Basta vedere come stanno sul palco: portamento austero e misurato, ma a suo modo scenografico; uniformi immacolate e minimali, in netto contrasto col tripudio di luci ed effetti degli studiatissimi visual che passano sugli schermi. Piazza Trieste Trento, l’antica Piazza delle Erbe con i suoi palazzi cinquecenteschi, fa il resto: è una sera d’estate perfetta.

Dopo il dj set del producer Mace (un po’ fuori contesto, a voler essere pignoli) e qualche ritardo, tutto sommato accolto con benevolenza e un amichevole incitamento, partono le note di La femme d’argent. Inizia un prodigioso gioco di magia senza ombra di trucchi. Traccia dopo traccia, realizzeremo che ascoltare Moon Safari suonato dal vivo non contempla “inganni” di sorta: nessun campionamento (o quasi). Succede tutto davanti ai nostri occhi. Succede tutto tra le loro mani, e nelle loro voci. Una tecnologia dal sapore antico.

La scaletta non riserva sorprese, quantomeno nella successione dei brani, che rispettano pedissequamente l’ordine di sequenza del disco: si susseguono in un trionfo di delicatissima gioia la hit psichedelica Sexy Boy, la meraviglia chillout di All I Need (in cui fa capolino la voce, quella sì campionata, di Beth Hirsch), la retro-elettronica surreale di Kelly Watch The Stars. Segue la parentesi strumentale di Talisman, in cui il batterista fa sfoggio delle sue prodezze, e poi la commovente Remember, con le sue aperture clamorose, fino alla ballad You Make It Easy. Quando è il turno di Ce matin‐là, è impossibile non ritrovarsi con gli occhi umidi: la più morriconiana delle composizioni degli Air è lì a ricordarci come questa cosiddetta easytronica (easy non certo per chi la suona) possa catapultarci dritti in un film. Stesso discorso per New Star In The Sky (che pure prende a prestito qualche lezione di stile dal Maestro delle colonne sonore). A chiudere, Le voyage de Pénélope, apoteosi di tremoli, riverberi, delay e chorus.

Fine della prima parte. Gli Air si congedano, ma il pubblico sa che l’aspetta un nuovo, breve capitolo di Best Of. Come se l’estasi non fosse già abbastanza.

AIR
AIR eseguono Moon Safari al Sonar di Barcellona (still Youtube, 2024)

La seconda parte del concerto si apre con la sciamanica Radian, tratta da 10 000 Hz Legend. È poi la volta di Venus, da Talkie Walkie: capolavoro pop di favolose dissonanze tra accordi maggiori e minori. E poi un’altra hit, Cherry Blossom Girl, sempre dallo stesso disco, col suo Do diesis Minore a comandare la linea di chitarra acustica, cui si congiungono vertigini di flauti e sintetizzatori space-rock. Segue la labirintica Run e Higschool Lover, tratta dalla colonna sonora dell’indimenticabile debutto di Sofia Coppola, The Virgin Suicides, che com’è noto riprende il tema della hero-song (Playground Love) ma senza voce, con un piano vagamente scordato a farla da padrone. E anche qui è impossibile trattenere le lacrime, perché abbiamo impresse nella mente le sequenze del film a cui si accompagnano queste note: l’annuncio di un dramma incombente, di una perdita inevitabile in cui è ancora viva e calda la sensazione di quello che è stato, e che di qui a breve scomparirà. Una metafora perfetta della giovinezza che si dissolve. La chiusura della seconda parte è affidata al monito di Don’t Be Light. Ancora una volta il batterista dà spettacolo.

È il momento degli encore: Alone in Kyoto (il rimando è ancora una volta a Sofia Coppola, stavolta con Lost In Translation), e poi la scintillante Electronic Performers, a cui gli Air affidano il loro personale manifesto:

We are the synchronizers
Send messages through time code
Midi-clock rings in my mind
Machines gave me some freedom,
Synthesizers gave me some wings

Non è ancora mezzanotte, ma chi può dirlo: abbiamo perso la cognizione del tempo e dello spazio. Siamo una massa silenziosa e esultante. Abbiamo il cuore colmo di gratitudine. Dopo 25 anni, la magia è intatta. Abbiamo ancora una casa a cui tornare.

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