Recensioni

Dopo esserci riusciti con The Monitor, i Titus Andronicus ci riprovano. Non c’entra la guerra di secessione stavolta, ma ci troviamo al cospetto di una rock opera di 29 brani che scava dentro la psiche del suo protagonista, un fantomatico hero verosimilmente autobiografico, tra filosofia, psicologia e fantascienza (testuali parole). Molto ambizioso, ma l’ambizione non manca ai Nostri, visto che tornano sul luogo del delitto. E come accade di solito in questo genere di operazioni – e nel caso specifico dei Titus Andronicus – non mancano le riprese di temi, i richiami interni e ai dischi precedenti (le due parti nuove di No Future, la IV e la V). Insomma, tutto l’armamentario del caso e quello che ci si aspetta dai suoi autori.
The Most Lamentable Tragedy è quindi un disco stracarico – di energia, di arrangiamenti, di sonorità, di canzoni. Per forza di cose diseguale, ovviamente discontinuo anche nel livello di ispirazione e di tensione. E in questo non può che rispecchiare la torrenziale vena del leader Patrick Stickles e della band. La tensione, in verità, è sempre alta quando il gruppo macina punk rock nella sua maniera convulsa, esagitata, funambolica, spettacolare, perché è sul filo del rasoio che Stickles e i Titus si giocano spesso la partita della loro creatività; e tra rullate di batteria, ritornelli da cantare a squarciagola – non che nelle strofe non si faccia lo stesso… – e accordi sparati a mille, si fa sempre largo l’anima folk e cantautorale. Che si tratti di No Future Part IV o Stranded (On My Own), nessuno si scorda mai che siamo di fronte a un gruppo di rock classico che suona con l’intensità dell’emo e la velocità del punk – se non dell’hardcore, rasentato in Dimed Out e I’m Going Insane. Paragonare i Titus ai Replacements per come sanno alternare il veemente punk rock, la ballata con il cuore in mano e la canzone poppeggiante (Mr. E. Mann) è il miglior complimento che si possa fare. E nei momenti migliori, se lo meritano anche.
Fin qui una sicurezza. Ma The Monitor aveva qualcosa in più. Era meglio articolato e un po’ meno dispersivo. Al confronto, i pezzi lunghi (9 minuti) deludono (quanto manca una No Future Part Three). More Perfect Union parte come una ballata folk ariosa in quel suo incedere vagamente celtico, si trasforma in un numero hard e poi in una giga scatenata con tanto di sfoggio (però eccessivo) di prosopopea progressive rock. Anche (S)He Said (S)He Said – boogie rock coriaceo stoogesiano, poi un hard che si disfa fino a tramutarsi in sfibrata psichedelia e coda stoner-punk scatenata – non dà i brividi. Per fortuna, dopo di loro arrivano le cose migliori. La scintilla che non ti aspetteresti, una Funny Feeling post-rock e addirittura branchiana prima di punkizzarsi, e il botto di Come On, Siobhàn, che è una canzone pop con i controfiocchi (leggi quei bellissimi ghirigori di archi, tra gli abbellimenti più riusciti, pure con quella punta di kitsch che in una canzone così non guasta, in un disco arrangiatissimo anche dove tracima di furia sonica). I vari brani di raccordo e gli intermezzi (c’è di tutto, dal corale sacro il traditional Auld Lang Syne, che da noi è il “valzer delle candele“) aggiungono stranezze e altra carne al fuoco di questo album caparbio, debordante e discontinuo. Che paga un po’ della sua ambizione ma sa tenere alta la guardia per buona parte del percorso – e in quasi trenta pezzi possiamo considerarlo un mezzo miracolo.
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