Recensioni

In dischi come The Airing Of Grievances esiste
spesso una tensione tra la freschezza e la noia, per cui si arriva, a
seconda che prevalga – ma anche di poco – la prima o la seconda, a
reazioni abbastanza antitetiche; ci sarà chi passerà sopra a tutto, in
ragione del divertimento d’ascolto, e chi non si spiegherà il successo
di questi Titus Andronicus.
Dopo tutto, per dire una banalità, la buona disposizione per la musica
di Liam Betson e soci dipende anche dalla situazione di ascolto, e
questo, dal punto di vista critico, non è certo un bene per un disco –
perché lo relega alla variabilità dell’umore dell’ascoltatore e non gli
riconosce lo statuto che può mutare quell’umore.
Per concludere con le premesse non proprio esaltanti, i riferimenti
sono i soliti figliocci waveiani degli ultimi anni, ambiente Arcade Fire.
Eppure chi scrive non è rimasto indifferente alla disinvoltura quasi
naive con cui i Titus scrivono canzoni e ce le mostrano, quasi
ritenessero fuori luogo un discorso di spessore critico musicale sulla
loro produzione, o quasi lo depennassero dicendoci, beata giovinezza,
“ascoltate e vedrete”.
Non è forse troppo sfacciata Fear And Loathing In Mahwah, NJ,
la traccia di apertura che li ha resi già famosi tra i blog, grazie
alle versioni precedenti di questo disco; e convince, nelle aperture
melodiche e arrangiative irlandesi, con un alone di mitologia comune aiPogues. La focale sembra lì di presso concentrarsi sugli Strokes (con escandescenze vocali alla Casablancas in My Time Outside The Womb, e un mimetismo ancora maggiore in Arms Against Atrophy), nome del resto giocabile per tutto l’album.
Il colpo maggiore è invece forse azzeccato con Joset of Nazareth’s Blues, che ci mostra come potrebbe essere John Lydon (o meglio, Johnny Rotten) alle prese con Highway 61 Revisited. Certo Titus Andronicusrisulta quasi caricaturale, nel suo perseverare la foga anthemica del
messaggio finale (“Your life is over”). Ma la sfacciataggine è talmente
ostentata da riuscire a nascondersi, è dichiarata e quindi non è
appiglio di cattiva fede; tanto da far sciogliere – a volte –
l’ascoltatore, le sue pretese, il suo bagaglio, i suoi
giustificatissimi se e ma.
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